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segue da Cinema

a cura di Marco Di Bari


MINORITY REPORT, di Steven Spielberg


Il detective John Anderton, che ha la faccia a bravo ragazzo di Tom Cruise, è la punta di diamante della sezione pre-crimine della polizia di Washington, sezione sperimentale molto chiacchierata e pubblicizzata dal governo. Siamo ovviamente nel futuro, e la polizia ha studiato il modo di impedire l'omicidio, forse di farlo sparire dall'elenco dei crimini, bene... o no? Le autorità tengono due uomini, due gemelli, e una donna che hanno poteri sensitivi ultrasviluppati, i cosiddetti pre-cog (pre-cognitivi), in una particolare sala e in condizioni semi-comatose e li usano, estraggono le loro visioni, per prevedere degli omicidi che devono ancora essere commessi ed arrestare i potenziali assassini come assassini di fatto. Anderton è il poliziotto che dirige le operazioni, lui e soprattutto il suo superiore Lamar Burgess (Max Von Sydow) sono i responsabili del progetto sperimentale. Tutto pare andar bene finché Anderton non viene accusato (direi pre-accusato) di omicidio. Impossibile, lui non ucciderà mai quell'uomo, a meno che... Ecco che la storia si inverte, c'è qualcuno che ha teso una trappola. Anderton infatti è stato anche troppo bravo e rischiava di scoprire qualcosa di troppo, qualcosa che avrebbe potuto far saltare in aria il progetto della precrimine. Il suo passato è un passato doloroso, il suo presente non è cristallino- infatti si droga- e sembra andare dritto nella trappola, ma il suo intuito, la sua ex moglie e la pre-cog Agatha (Samantha Morton), la più sensibile dei tre, lo aiuteranno a far trionfare la giustizia. Già ma quale delle due giustizie, la sua o l'altra? Quella degli uomini, che, a quanto dice Spielberg, nel futuro sono ancora importanti, sono loro che devono utilizzare la scienza e non viceversa.
Dal romanzo di Philip K.Dick un film ben realizzato, non scontato, tranne il lieto fine. Effetti speciali lavorati per sembrare sempre più reali, la fotografia di J.Kaminski aiuta lo spettatore a immergersi nella storia, conferisce all'immagine un aspetto da noir vecchio stile, e vecchio stile sono alcuni richiami disseminati per il film come se tra l'immaginario ipertecnologico, il tutto previsto, controllato e pubblicizzato spuntasse qua e là il sentimento, l'incontrollabile, relegato magari con l'illegalità nei sobborghi sudici delle città lustre, come se Spielberg ci suggerisse che l'interiorità rimane la stessa, i valori della vita umana, pre-cog o no, sono sempre quelli.



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