scarica il testo
Clicca qui per stampare o seleziona File-Stampa dal browser

Cinema

a cura di Marco Di Bari

I film visti sarebbero anche di più. Per esigenze di spazio, sacrifico quelli che sono usciti ormai dalle sale da un po', come ad esempio Il figlio, un ottimo film asciutto, lento ma di grande tensione di Jean Pierre e Luc Dardenne, e quelli inutili come People I know, film scialbo con Al Pacino.

IL PIANISTA, di Roman Polanski


Elegante, lucido, racconta una parte della storia della seconda guerra mondiale attraverso gli occhi di un artista. Polanski torna in Polonia per girare un film sul dramma del ghetto di Varsavia, seguendo la vicenda del pianista Wladyslaw Szpilman, c'è una forte venatura autobiografica. L'olocausto ancora, non è facile parlare quando tanto è già stato detto, non solo nel cinema. Senza lasciarsi prendere la mano, senza indugiare nella commozione e nel disgusto che le violenze, le brutalità di quegli anni possono suscitare, il film procede lineare, lascia che la storia si racconti così com'è stata, senza suggerire giudizi, senza indicare emozioni, la storia basta da sola. La scelta di Polanski potenzia l'effetto: il dramma è a nudo. Qui il regista non si appoggia, come in La vita è bella, a quanto già si sa, a quanto è stato detto da altri. A differenza di una scelta come quella di Benigni, la storia passa tutta sulla pelle di chi c'è e sulla pellicola per chi guarda, senza retorica ma senza leggerezza, per Polanski la leggerezza è nel tono del racconto. Qualcosa mi ricorda il rigore narrativo in Jona che visse nella balena di Roberto Faenza.
Szpilman è costretto a nascondersi per tutta la durata della guerra, a vivere, spesso guardandola da una finestra o rintanato come un topo. Scampa all'invasione del suo paese, all'annientamento della sua famiglia e degli ebrei, alla fame e la malattia, per molto tempo suonerà la sua musica solo nella propria testa. Sopravviverà e tornerà al piano, alla radio, ai concerti. Metafora dell'arte e della sensibilità soffocate da guerre e dittature? Forse anche.
Una produzione di Francia, Germania, Polonia, Gran Bretagna, Polanski quindi gira fuori dalle produzioni americane, infatti non ci sono momenti di pathos o di rabbia molto, troppo stimolati, non ci sono patriottismi, a cui Hollywood ci abitua. Il pianista è un film raro nel panorama dei film sull'olocausto per capacità e finezza, asciutto come il protagonista (Brody), spietato come i suoi persecutori, sensibile artisticamente come il suo salvatore, un colonnello Ss (Kretschmann).

 


 
Pagina 1 di 4