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I film visti sarebbero anche di più. Per
esigenze di spazio, sacrifico quelli che sono usciti ormai
dalle sale da un po', come ad esempio Il figlio,
un ottimo film asciutto, lento ma di grande tensione di
Jean Pierre e Luc Dardenne, e quelli inutili come People
I know, film scialbo con Al Pacino.
IL PIANISTA, di Roman Polanski
Elegante, lucido, racconta una parte della storia della
seconda guerra mondiale attraverso gli occhi di un artista.
Polanski torna in Polonia per girare un film sul dramma
del ghetto di Varsavia, seguendo la vicenda del pianista
Wladyslaw Szpilman, c'è una forte venatura autobiografica.
L'olocausto ancora, non è facile parlare quando tanto
è già stato detto, non solo nel cinema. Senza
lasciarsi prendere la mano, senza indugiare nella commozione
e nel disgusto che le violenze, le brutalità di quegli
anni possono suscitare, il film procede lineare, lascia
che la storia si racconti così com'è stata,
senza suggerire giudizi, senza indicare emozioni, la storia
basta da sola. La scelta di Polanski potenzia l'effetto:
il dramma è a nudo. Qui il regista non si appoggia,
come in La vita è bella, a quanto già
si sa, a quanto è stato detto da altri. A differenza
di una scelta come quella di Benigni, la storia passa tutta
sulla pelle di chi c'è e sulla pellicola per chi
guarda, senza retorica ma senza leggerezza, per Polanski
la leggerezza è nel tono del racconto. Qualcosa mi
ricorda il rigore narrativo in Jona che visse nella balena
di Roberto Faenza.
Szpilman è costretto a nascondersi per tutta la durata
della guerra, a vivere, spesso guardandola da una finestra
o rintanato come un topo. Scampa all'invasione del suo paese,
all'annientamento della sua famiglia e degli ebrei, alla
fame e la malattia, per molto tempo suonerà la sua
musica solo nella propria testa. Sopravviverà e tornerà
al piano, alla radio, ai concerti. Metafora dell'arte e
della sensibilità soffocate da guerre e dittature?
Forse anche.
Una produzione di Francia, Germania, Polonia, Gran Bretagna,
Polanski quindi gira fuori dalle produzioni americane, infatti
non ci sono momenti di pathos o di rabbia molto, troppo
stimolati, non ci sono patriottismi, a cui Hollywood ci
abitua. Il pianista è un film raro nel panorama dei
film sull'olocausto per capacità e finezza, asciutto
come il protagonista (Brody), spietato come i suoi persecutori,
sensibile artisticamente come il suo salvatore, un colonnello
Ss (Kretschmann).
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