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La musica necessaria.
Mentre mi stavo interrogando su quale aspetto della
musica, la mia malattia, mi sarebbe piaciuto affrontare in queste poche righe,
il mio impianto di riproduzione audio era impegnato a vomitare a tutto volume
le musiche e le parole elettriche del primo disco dei Placebo, risalente
all’ormai distante 1996. Ed è allora che ho pensato che, fra le tante cose che
potevo dire, forse avrei fatto meglio a rendere disponibile all’ascolto il
disco direttamente ad ogni visitatore di questa rubrica e dirgli,
presuntuosamente, “qui c’è il cuore della musica necessaria. Se vuoi
capire qualcosa della musica necessaria, oggi, parti da qui; io non ho
altro da dirti”. Poi però ho subito pensato ad alcune cose che mi hanno fatto
cambiare idea, spingendomi a scrivere proprio su questo tema. Innanzitutto
l’inopportunità di mettere in questo sito tutto il cd per un eventuale scarico
(sia per problemi di diritti d’autore che di scomodità tout-court). Poi ho
pensato che anche altri dischi avrebbero meritato un simile trattamento, tale
la loro lancinante bellezza e disperazione (due per tutti: “Nevermind” dei
Nirvana, del 1991 e “Origin of symmetry”
dei Muse, del 2001). Infine mi sono posto il problema che queste righe possano
esser lette, chessò, da un purista della musica “colta” o da uno snob o,
ancora, semplicemente da un curioso a cui la musica non interessa granché: in
tal caso il mio atteggiamento non farebbe loro un buon servizio, perché forse
non riuscirebbero nemmeno a capire dove si trovano e semplicemente, nella
migliore delle ipotesi, cambierebbero sito: come per la musica colta, anche per
ascoltare e capire la musica contemporanea (si tratti di rock,
commerciale o altro) occorre una certa cultura, anche se questa non si
costruisce tanto sui libri quanto per mezzo di un “allenamento” costante e
continuato; un allenamento ad ascoltare musica spesso, sia da cd/radio/cassette
ecc che dal vivo.
Dunque ho deciso di “scrivere” ma con il limite,
intrinsecamente ineliminabile, di non poter dire chiaramente, a parole, cosa
intendo con musica necessaria. Quello che segue è dunque il tentativo,
spero non maldestro, di definirne per lo meno dei vaghi contorni.
Innanzitutto quella necessaria è musica
tendenzialmente “passionale”, che non è fatta solo dall’intenzione
dell’autore/esecutore ma vive anche di una sua resa “oggettiva”, che si prende
comunque, data dai molti contorni che l’accompagnano nella sua vita. Intendo
dire che l’esecuzione può riuscire più o meno bene, tecnicamente parlando: non
è questo il centro di tale musica. La musica necessaria si completa e si
sostanzia nell’ambiente dov’è vissuta e consumata, nell’evento, nella catarsi
di un’esecuzione collettiva (ma paradossalmente anche di un ascolto isolato e
sentito), nel sudore, nel fumo, nell’eterogeneità delle facce e degli odori,
nel non visto, nell’ascoltato male (ma per assurdo anche nella sorpresa di
scoprire necessaria, all’ennesimo ascolto, una musica nota) ecc… Con
questo non voglio dire che tutta la musica può diventare necessaria (è
proprio il contrario!) ma solo che c’è della musica necessaria che
talvolta si nasconde e che si rivela all’improvviso. Al contempo però va detto
che la musica necessaria non è così anarchicamente “definita” tanto che
per ognuno può essere una musica differente: c’è certamente della musica necessaria
che taluno non riconoscerà come tale; ma una musica che non è
necessaria, se non nasce tale, talora anche a dispetto della coscienza di chi
la scrive o la suona, non potrà mai diventarlo per nessuno. Questi, per lo
meno, sono i primi confini della mia musica necessaria.
Dunque i Placebo, i Nirvana, i
Muse… per esemplificare delle musiche necessarie che possono dire, solo
loro e solo in quel modo in cui lo dicono, delle cose che abbiamo il bisogno di
sentire su di noi e sul nostro tempo. Certe cose può farle solo la
musica, certa musica, certi musicisti in certi periodi della loro vita. Solo la
musica può rendere in modo così diretto e vero la rabbia e il disagio d’un
epoca, d’una vita o d’una situazione; perché è l’unico mezzo che può farli
vivere in prima persona, anche se non si è là, in quelle storie urlate dalla
voce o gridate dagli strumenti. Questo miracolo non lo può né un libro, né un
quadro, né uno studio sociologico (troppo meditati, mediati, indiretti). Forse
ci può riuscire in parte un film, ma in maniera comunque meno viscerale e
probabilmente sempre con l’aiuto di musiche. Come si può capire e vivere un
disagio che non si sta vivendo esplicitamente in prima persona, calarsi dentro
ad esso istintivamente e sentirlo sulla propria pelle, se non con una musica
che urla da dentro e riesce a farsi riconoscere comunque come propria? Può
anche non piacerti, ma quella musica è necessariamente tua! Quel
disagio, tuo comunque, quella musica può tirartelo fuori, ha la necessità
di farlo! E non importa nemmeno capire davvero il testo, ciò che dice: è tutto
il resto che conta; conta la voce, non il detto; e, in definitiva, non conta in
modo fondamentale nemmeno lo strumento o la tecnica, quanto la persona che
suona; perché è solo suo tramite che la musica necessaria arriva. I suoi
bassi ti possono far vibrare – anche fisicamente! – e gli alti lacerarti
davvero, non solo metaforicamente. E’ lì, nell’esecuzione, che nascono le
musiche necessarie, le tante musiche di rabbia e passione che esistono.
Fondamentalmente questa musica calda, passionale, di rabbia e denuncia, in
occidente è la musica rock. Non mi interessa qui essere filologicamente
corretto, quanto capire qual’è la musica che riesce ad affermare una oggettività
di sé, ad arrogarsi il diritto di essere. Certo che, parlando da un
punto di vista più funzionale che tecnico, si potrebbe estendere
arbitrariamente tale nome anche a quella musica che rock non è ma che esprime,
come quella, le stesse istanze; casomai con forme campionate e sintetizzate, ma
con la stessa urgenza di affermare la presenza di un sé (che diventa, poi, il
sé del musicista o, meglio, quello dell’ascoltatore). Un sé spesso imploso o
ridotto a massa, perché massificato e devastato dalla violenza che la nostra
società produce a tutti i livelli. Ecco dunque che il suono diventa rumore. Ma
diventa rumore con la necessità del rumore. Arriviamo così alla musica
industriale – a certa musica industriale, perché occorre evitare i
manierismi come la peste! –, concettualmente derivata dalla musica progressiva
anche se con forme assolutamente differenti e autonome; arriviamo a certa
musica apocalittica, a certa musica rap, a certa musica dark:
tutte fogge differenti e forse decadenti rispetto al rock puro (tipo chitarra-basso-batteria),
ma che in fondo sono invenzioni del momento e della società in cui nascono
nonché della tecnica specifica che ogni tempo regala. Certo ci vogliono le
chiavi adatte, e forse ogni “generazione” ha le proprie serrature specifiche da
far scattare, che riconoscono solo la musica in una forma ad esse simultanea.
Anche la musica “colta” contemporanea ci ha provato, in questo secolo, a
dipingere la disperazione. Ma che differenza! Quella resta, magnifica e
inavvicinabile, forma pura e arte elitaria, anche e soprattutto nei suoi
momenti sperimentali e rumoristici. Questa invece, quando il miracolo avviene,
precede (d’un soffio!) le urgenze di generazioni intere e se ne fa latrice. Si
tratta, fondamentalmente, di una musica di servizio, di interfaccia tra il suo
target (che soddisfa appieno) e quello che c’è fuori (che, invece, spesso non
raggiunge che come fenomeno di costume). Sono pochi, tra questi musicisti ad
arrivarci, là fuori: quelli che non muoiono, né davvero né artisticamente.
Pochi, dunque. Ma quando ci arrivano sono in genere già disinnescati,
depotenziati, rimbecilliti. O semplicemente pieni di soldi come uova. In questo
caso, se son bravi continueranno a prenderci per il culo per anni con i loro
suoni o nonsuoni e tutti i critici-soloni d’un qualche telegiornale, che
regolarmente prima non li avevano “capiti” (quando forse andavano capiti,
giusto per sapere qualcosa del disagio che c’è a giro), si precipiteranno ad
incensarli, probabilmente continuando a non capirli, (né per quello che fanno
al momento né per tutto quello che avevano fatto prima) e comunque, come
sempre, fottendosene alla grande! Qualche nome: no grazie: troppo facile farne,
specialmente in Italia…
A proposito del nostro paese: mi
sono accorto che, parlando di rock e musica necessaria, ho completamente
tralasciato la nostra musica. Se è successo vuol dire che ci sarà un motivo. In
effetti c’è anche una musica “rock/necessaria” fatta qui da noi, in italia.
Qualcuno tenta di suonarla, e ci riesce anche bene (il nome d’obbligo è
Afterhours, band dal percorso atipico e che oramai da molti anni segue
coerentemente un segno/sogno di “ribellione”, riuscendo al tempo stesso –
finora – a non ammosciarsi e rinnovarsi costantemente in modo originale e
necessario). Forse sono altre le forme che, musicalmente, riusciamo ad
esprimere meglio. E passivamente, per i nostri bisogni urgenti, ci “serviamo”
spesso in Inghilterra o negli Stati Uniti. Sudditanza culturale? Sudditanza
mediatica? Certo sono meglio forme autoctone originali che non scopiazzature
parodistiche come se ne vedono e sentono tante. Ma di questo problema della
musica italiana (esiste, il problema?) avremo voglia di parlarne in altra
occasione; adesso voglio usare queste ultime righe per dire qualcosa
all’apparenza retorico e attaccaticcio. Una sorta di ghost track (ghost
lines?), come quelle che tanto vanno di moda oggi e che proprio i Nirvana, sarà
un caso?, sono stati tra i primi ad mettere nei loro dischi. Io non sono un
musicista e il mio grande cruccio è non aver mai avuto davvero la voglia o il
tempo o la capacità d’imparare a suonare uno strumento, nemmeno per me. La voce
poi, per quanto la puoi educare, è quella che è. Dunque lo sfizio che mi dovete
perdonare è quello della dedica finale, come talvolta si fa nei dischi dei
musicisti. Io dedico un pensiero a tutti i musicisti e le musiche necessarie,
anche se non di tutti loro mi piace la musica (in alcuni casi sono arrivato
troppo tardi e non la “capisco”; o se ne sono andati troppo presto loro,
rimanendo perennemente giovani; o sono arrivati troppo tardi per me): un grazie
sincero di cuore a Janis Joplin, Jimi Hendrix, Lou Reed & Velvet
Underground, Jim Morrison (Doors), Ian Curtis (Joy Division), The Smiths,
Prodigy, Placebo, Muse e a tutti quelli che, pur necessari, non ricordo o non
esistono ancora, ma che continueranno a gridare nei microfoni la loro disperata
voglia di vita/nonvita.
Non fatevi troppo male, ragazzi.
PS
Chiaramente la musica necessaria non è necessariamente
la musica migliore, ammesso che esista una tale musica.
Se non mi ero spiegato, chiedo scusa e vi invito a cambiare
“canale”. Ma vi invito anche, se per vostra sfortuna non
l’avete fatto, ad ascoltare almeno uno tra i dischi di cui
si è detto
GM.
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