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Musica

a cura di Giacomo Marconi


La musica necessaria.

Mentre mi stavo interrogando su quale aspetto della musica, la mia malattia, mi sarebbe piaciuto affrontare in queste poche righe, il mio impianto di riproduzione audio era impegnato a vomitare a tutto volume le musiche e le parole elettriche del primo disco dei Placebo, risalente all’ormai distante 1996. Ed è allora che ho pensato che, fra le tante cose che potevo dire, forse avrei fatto meglio a rendere disponibile all’ascolto il disco direttamente ad ogni visitatore di questa rubrica e dirgli, presuntuosamente, “qui c’è il cuore della musica necessaria. Se vuoi capire qualcosa della musica necessaria, oggi, parti da qui; io non ho altro da dirti”. Poi però ho subito pensato ad alcune cose che mi hanno fatto cambiare idea, spingendomi a scrivere proprio su questo tema. Innanzitutto l’inopportunità di mettere in questo sito tutto il cd per un eventuale scarico (sia per problemi di diritti d’autore che di scomodità tout-court). Poi ho pensato che anche altri dischi avrebbero meritato un simile trattamento, tale la loro lancinante bellezza e disperazione (due per tutti: “Nevermind” dei Nirvana, del 1991 e “Origin of symmetry” dei Muse, del 2001). Infine mi sono posto il problema che queste righe possano esser lette, chessò, da un purista della musica “colta” o da uno snob o, ancora, semplicemente da un curioso a cui la musica non interessa granché: in tal caso il mio atteggiamento non farebbe loro un buon servizio, perché forse non riuscirebbero nemmeno a capire dove si trovano e semplicemente, nella migliore delle ipotesi, cambierebbero sito: come per la musica colta, anche per ascoltare e capire la musica contemporanea (si tratti di rock, commerciale o altro) occorre una certa cultura, anche se questa non si costruisce tanto sui libri quanto per mezzo di un “allenamento” costante e continuato; un allenamento ad ascoltare musica spesso, sia da cd/radio/cassette ecc che dal vivo.

Dunque ho deciso di “scrivere” ma con il limite, intrinsecamente ineliminabile, di non poter dire chiaramente, a parole, cosa intendo con musica necessaria. Quello che segue è dunque il tentativo, spero non maldestro, di definirne per lo meno dei vaghi contorni.

Innanzitutto quella necessaria è musica tendenzialmente “passionale”, che non è fatta solo dall’intenzione dell’autore/esecutore ma vive anche di una sua resa “oggettiva”, che si prende comunque, data dai molti contorni che l’accompagnano nella sua vita. Intendo dire che l’esecuzione può riuscire più o meno bene, tecnicamente parlando: non è questo il centro di tale musica. La musica necessaria si completa e si sostanzia nell’ambiente dov’è vissuta e consumata, nell’evento, nella catarsi di un’esecuzione collettiva (ma paradossalmente anche di un ascolto isolato e sentito), nel sudore, nel fumo, nell’eterogeneità delle facce e degli odori, nel non visto, nell’ascoltato male (ma per assurdo anche nella sorpresa di scoprire necessaria, all’ennesimo ascolto, una musica nota) ecc… Con questo non voglio dire che tutta la musica può diventare necessaria (è proprio il contrario!) ma solo che c’è della musica necessaria che talvolta si nasconde e che si rivela all’improvviso. Al contempo però va detto che la musica necessaria non è così anarchicamente “definita” tanto che per ognuno può essere una musica differente: c’è certamente della musica necessaria che taluno non riconoscerà come tale; ma una musica che non è necessaria, se non nasce tale, talora anche a dispetto della coscienza di chi la scrive o la suona, non potrà mai diventarlo per nessuno. Questi, per lo meno, sono i primi confini della mia musica necessaria.

Dunque i Placebo, i Nirvana, i Muse… per esemplificare delle musiche necessarie che possono dire, solo loro e solo in quel modo in cui lo dicono, delle cose che abbiamo il bisogno di sentire su di noi e sul nostro tempo. Certe cose può farle solo la musica, certa musica, certi musicisti in certi periodi della loro vita. Solo la musica può rendere in modo così diretto e vero la rabbia e il disagio d’un epoca, d’una vita o d’una situazione; perché è l’unico mezzo che può farli vivere in prima persona, anche se non si è là, in quelle storie urlate dalla voce o gridate dagli strumenti. Questo miracolo non lo può né un libro, né un quadro, né uno studio sociologico (troppo meditati, mediati, indiretti). Forse ci può riuscire in parte un film, ma in maniera comunque meno viscerale e probabilmente sempre con l’aiuto di musiche. Come si può capire e vivere un disagio che non si sta vivendo esplicitamente in prima persona, calarsi dentro ad esso istintivamente e sentirlo sulla propria pelle, se non con una musica che urla da dentro e riesce a farsi riconoscere comunque come propria? Può anche non piacerti, ma quella musica è necessariamente tua! Quel disagio, tuo comunque, quella musica può tirartelo fuori, ha la necessità di farlo! E non importa nemmeno capire davvero il testo, ciò che dice: è tutto il resto che conta; conta la voce, non il detto; e, in definitiva, non conta in modo fondamentale nemmeno lo strumento o la tecnica, quanto la persona che suona; perché è solo suo tramite che la musica necessaria arriva. I suoi bassi ti possono far vibrare – anche fisicamente! – e gli alti lacerarti davvero, non solo metaforicamente. E’ lì, nell’esecuzione, che nascono le musiche necessarie, le tante musiche di rabbia e passione che esistono. Fondamentalmente questa musica calda, passionale, di rabbia e denuncia, in occidente è la musica rock. Non mi interessa qui essere filologicamente corretto, quanto capire qual’è la musica che riesce ad affermare una oggettività di sé, ad arrogarsi il diritto di essere. Certo che, parlando da un punto di vista più funzionale che tecnico, si potrebbe estendere arbitrariamente tale nome anche a quella musica che rock non è ma che esprime, come quella, le stesse istanze; casomai con forme campionate e sintetizzate, ma con la stessa urgenza di affermare la presenza di un sé (che diventa, poi, il sé del musicista o, meglio, quello dell’ascoltatore). Un sé spesso imploso o ridotto a massa, perché massificato e devastato dalla violenza che la nostra società produce a tutti i livelli. Ecco dunque che il suono diventa rumore. Ma diventa rumore con la necessità del rumore. Arriviamo così alla musica industriale – a certa musica industriale, perché occorre evitare i manierismi come la peste! –, concettualmente derivata dalla musica progressiva anche se con forme assolutamente differenti e autonome; arriviamo a certa musica apocalittica, a certa musica rap, a certa musica dark: tutte fogge differenti e forse decadenti rispetto al rock puro (tipo chitarra-basso-batteria), ma che in fondo sono invenzioni del momento e della società in cui nascono nonché della tecnica specifica che ogni tempo regala. Certo ci vogliono le chiavi adatte, e forse ogni “generazione” ha le proprie serrature specifiche da far scattare, che riconoscono solo la musica in una forma ad esse simultanea. Anche la musica “colta” contemporanea ci ha provato, in questo secolo, a dipingere la disperazione. Ma che differenza! Quella resta, magnifica e inavvicinabile, forma pura e arte elitaria, anche e soprattutto nei suoi momenti sperimentali e rumoristici. Questa invece, quando il miracolo avviene, precede (d’un soffio!) le urgenze di generazioni intere e se ne fa latrice. Si tratta, fondamentalmente, di una musica di servizio, di interfaccia tra il suo target (che soddisfa appieno) e quello che c’è fuori (che, invece, spesso non raggiunge che come fenomeno di costume). Sono pochi, tra questi musicisti ad arrivarci, là fuori: quelli che non muoiono, né davvero né artisticamente. Pochi, dunque. Ma quando ci arrivano sono in genere già disinnescati, depotenziati, rimbecilliti. O semplicemente pieni di soldi come uova. In questo caso, se son bravi continueranno a prenderci per il culo per anni con i loro suoni o nonsuoni e tutti i critici-soloni d’un qualche telegiornale, che regolarmente prima non li avevano “capiti” (quando forse andavano capiti, giusto per sapere qualcosa del disagio che c’è a giro), si precipiteranno ad incensarli, probabilmente continuando a non capirli, (né per quello che fanno al momento né per tutto quello che avevano fatto prima) e comunque, come sempre, fottendosene alla grande! Qualche nome: no grazie: troppo facile farne, specialmente in Italia…

A proposito del nostro paese: mi sono accorto che, parlando di rock e musica necessaria, ho completamente tralasciato la nostra musica. Se è successo vuol dire che ci sarà un motivo. In effetti c’è anche una musica “rock/necessaria” fatta qui da noi, in italia. Qualcuno tenta di suonarla, e ci riesce anche bene (il nome d’obbligo è Afterhours, band dal percorso atipico e che oramai da molti anni segue coerentemente un segno/sogno di “ribellione”, riuscendo al tempo stesso – finora – a non ammosciarsi e rinnovarsi costantemente in modo originale e necessario). Forse sono altre le forme che, musicalmente, riusciamo ad esprimere meglio. E passivamente, per i nostri bisogni urgenti, ci “serviamo” spesso in Inghilterra o negli Stati Uniti. Sudditanza culturale? Sudditanza mediatica? Certo sono meglio forme autoctone originali che non scopiazzature parodistiche come se ne vedono e sentono tante. Ma di questo problema della musica italiana (esiste, il problema?) avremo voglia di parlarne in altra occasione; adesso voglio usare queste ultime righe per dire qualcosa all’apparenza retorico e attaccaticcio. Una sorta di ghost track (ghost lines?), come quelle che tanto vanno di moda oggi e che proprio i Nirvana, sarà un caso?, sono stati tra i primi ad mettere nei loro dischi. Io non sono un musicista e il mio grande cruccio è non aver mai avuto davvero la voglia o il tempo o la capacità d’imparare a suonare uno strumento, nemmeno per me. La voce poi, per quanto la puoi educare, è quella che è. Dunque lo sfizio che mi dovete perdonare è quello della dedica finale, come talvolta si fa nei dischi dei musicisti. Io dedico un pensiero a tutti i musicisti e le musiche necessarie, anche se non di tutti loro mi piace la musica (in alcuni casi sono arrivato troppo tardi e non la “capisco”; o se ne sono andati troppo presto loro, rimanendo perennemente giovani; o sono arrivati troppo tardi per me): un grazie sincero di cuore a Janis Joplin, Jimi Hendrix, Lou Reed & Velvet Underground, Jim Morrison (Doors), Ian Curtis (Joy Division), The Smiths, Prodigy, Placebo, Muse e a tutti quelli che, pur necessari, non ricordo o non esistono ancora, ma che continueranno a gridare nei microfoni la loro disperata voglia di vita/nonvita.

Non fatevi troppo male, ragazzi.

PS

Chiaramente la musica necessaria non è necessariamente la musica migliore, ammesso che esista una tale musica. Se non mi ero spiegato, chiedo scusa e vi invito a cambiare “canale”. Ma vi invito anche, se per vostra sfortuna non l’avete fatto, ad ascoltare almeno uno tra i dischi di cui si è detto

GM.