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DICEMBRE 2002
Dante, Pinocchio e Dino: ovvero come ti distruggo la raffinata
eversività toscana neutralizzandola con la volgarità.
Ma guarda che disgrazia, che controsenso, mi tocca, proprio
a me, di fare la purista, la sdegnata di sprezzatura, l'ennesima
voce benpensante che difende il buon tempo antico. Ma quando
ce vo' ce vo'. E' da qualche tempo che la toscanità
va di moda, che quando vado fuori per letture tutti si estasiano
di più della mia 'c' aspirata che non dei miei riusciti
tentativi (dopo anni di studio matto e disperatissimo) per
pulire la mia dizione. Ho sempre reputato maleducati e ignoranti
quei toscani che, credendo di parlare la lingua inventata
dalla Divine Comedy brocciolano in televisione rendendosi
ridicoli (e ce n'è tanti: opinionisti, bottegai,
politici dell'immane talk show del Chiantishire). Dante,
Pinocchio e Dino. E a me mi tocca di fa' la purista. Insomma
il guaio l'ha principiato il Pieraccioni, di cui non ho
mai visto un film, ma si capisce che è un guaio vedendo
la sua faccina infantile e insignificante e venendo a conoscenza
dei successi botteghinari dei suoi prodotti. Parla di prodotto
la purista? Eh sì, perché la qualità
di un prodotto dipende anche dalle condizioni di produzione.
Se Pinocchio va ad Hollywood è impossibile che possa
comunicare nella lingua della Lucchesia dell'Ottocento,
e di oggi, sì perché Pinocchio era già
pop, non aveva bisogno di subire una popolarizzazione che
in realtà coincide con la neutralizzazione profonda
dei suoi valori politici, sì politici. E caro il
mio Benigni, il successo ti ha dato alla testa: il tuo Pinocchio
- che non ho visto al cinema, già annoiata dalla
valanga di promo gadget foto sui rotocalchi casting rinnovamenti
sulla trama e quant'altro mai la tua signora turchina ti
ha forse suggerito - ecco, il tuo Pinocchio non è
nulla di diverso da quello di Disney: banale, annacquato
e neutrale, insignificante e antifilologico. Dov'è
il feroce e tenerissimo esprit tosco-comunista di Berlinguer
ti voglio bene? Dov'è la lingua di Pinocchio che
mi aspettavo di vedere e sentire rivivere? Ha ragione Woody
Allen (c'è una battuta fantastica, anche se molto
di striscio, nel suo ultimo film, che canzona il Benigni
hollywoodiano, vox clamans in deserto, subodorando un musical
sulla Divina Commedia). Ed eccoci al punto, infatti: la
morte di Pinocchio era stata annunciata dalla morte sanremese
di Dante (attenzione: Dante e Pinocchio sono lo stesso bambino,
occhio alla critica antropologico-tematica e alla narratologia:
lo stesso Bambino Iniziatico così ben incarnato dal
Cioni Mario della meravigliosa saga benignesca, che Personaggio,
straziante e terrifico, che incarnava!) Ecco, la triste
esternazione della micro-lectura Dantis di Benigni a Sanremo,
che tutti e soprattutto la borghesia di destra al potere
compiacque, fu una tremenda avvisaglia della morte del burattino
senza fili, esaltato in quasi recenti tempi migliori da
Bennato e dal Grande Carmelo Bene. E infine temo la morte
artistica di Benigni, ché di quegli archetipi la
sua arte si sostanziava. Acqua di rose, rose, al rosa, anche
sulla poesia del Genio di Marradi, ribalbettato da Placido-Accorsi
nel cliché papiniano dell'imbecille innamorato e
violento variante superdotato e molto castelpulciano trombatore
di quell'altra ninfomane della Sibilla, il tutto interpuntato
da stralci indigeriti di insalata epistolar-poetica dei
due amanti diabolici, spaccaballe della pissera comunità
letteraria fiorentina priminovecento ben asseggiolata nella
sua Firenze da Camera con vista. Altra cosa fu la linguistica
demenza di Campana, eh già lo sappiamo, solo che
Placido non studia. Quanta volgarità in queste pseudo-riletture
dei nostri grandi classici, dei grandi classici che hanno
elaborato la lingua toscana non come linguaggio per il potere
(e qui cala la maschera purista, anche in quel po' che c'era)
ma come quello non coercitivo dell'espressione poetica,
che per sua natura non ragiona col consenso e il dominio
ma con la metamorficità e quindi con l'accoglienza
di ogni apporto, di ogni impulso, oggi si direbbe, multi-iner-culturale.
Per sua natura la lingua della poesia non compiacerà
mai a velleità di potere, poiché non semplifica,
ma sempre rilancia, capite? La hollywoodianizzazione megagalattico-da-ospite-d'onore-sanremese
di Benigni e quella da telenovela di Placido sono volgarizzazioni
ad uso pieraccionesco botteghinaro, tutto qui. Ai nostri
meravigliosi Inventori di Linguaggio deve andare oggi più
che mai il nostro sguardo e ascolto ammirato. E con una
lacrima in più per il povero Dino, ché almeno
Pinocchio e Dante-Actor furono Personaggi, ma lui è
esistito davvero!
RLR.
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