Maschera di carne:
Rivelazioni di costume |
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Questa rubrica nasce da un concerto ideativo tra Simonetta
Della Scala e Marco Simonelli
Farfalla Di Rebecca Horn
Sposarsi
e procreare a quarant’anni, un trentennio fa.
Desideravo essere
madre fino dall’infanzia, visceralmente, per un turbine
arcano nel mio ventre.
Nel corso degli
anni, essendo io molto cattolica, ho domandato la “grazia”
di restare incinta e procreare oltre che per la vita che
avrei donato all’altro essere in me, per superare l’eventuale
perdita di mia madre alla quale ero legata in una dolcissima
simbiosi.
Per trentotto
anni mi sono dedicata con abnegazione alla cura ed all’accudimento
dei miei due ormai anziani genitori ed al lavoro, annullando
ogni altra parte di me e della mia femminilità anche a livello
inconscio.
Fu allora, a trentotto
anni appunto, che conobbi l’unico uomo della mia vita, quello
che seppi in un istante, sarebbe divenuto mio marito ed
il padre della mia creatura.
Rimasi incinta
tre mesi prima che mia madre morisse.
Ero certa al momento
in cui rilevai la positività del test di gravidanza, che
mia madre se ne sarebbe andata di lì a breve.
Il mio matrimonio
fu un concerto con me stessa, da sola. Mi abbigliai di una
seta leggera, a fiori, ed una fascia corvino sul collo.
Nessuno, nella
mia numerosa famiglia degnò quella sposa di un abbraccio
o saluto.
Mio marito non
era accettato, politica, stato sociale, educazione opposte
alla mia. Ed in principio fu il “diverso”, il non capito.
Ero tacciata di
vecchiaia nella mia prima gestazione, e mi suturavo indosso
questo marchio scarlatto con il terrore, nei mesi, che quell’embrione
potesse non essere sano. Ma allora i mezzi diagnostici
non erano certo esaustivi, ed il mio scarlatto si raggrumava
sempre più.
Alex, il padre,
reagì seccamente, alla notizia della gravidanza, il mio
miracolo, pareva non essere più anche il suo e mi immergevo
in una solitudine acuta e senza requie, tranne che per la
compenetrazione fra me e il nascituro che si plasmava in
mantice restituendomi forza.
Quando mia madre
morì, ero con lei ma non riuscivo a comunicare con l’esterno,
telefoni bloccati, sale coagulato sull’anima, ansia.
Alex riferisce
che io lo chiamai nel momento più duro, ma so di non aver
mai composto quei numeri che portavano a lui.
Dopo il lutto
mi fu vietato di piangere, Alex riteneva che nuocesse al
bambino in nuce, ed io non piansi, ma lei, perché è stata
una bambina poi, ricorda i miei singhiozzi, quando aveva
pochi anni ed io le parlavo della nonna e del taglio di
lama profondo che mi violentava dentro ancora.
Io, Barbara, detti
alla luce una bambina appunto, di tre chili e seicento grammi,
sana.
Il ginecologo
mi suggerì aspettare un anno e poi rendere alla terra un’
altra creatura.
Ma Alex, appena
Lisa venne al mondo sprofondò in un lunghissimo abisso depressivo,
doveva attraversare il suo vortice ed io benché vicina non
potevo, non potevo raggiungerlo.
Crebbi pertanto,
Lisa da sola, con lo stupore di chi non riesce ancora a
registrare quella nuova entità come reale.
E con l’ansia
dei miei quarant’anni sulle spalle, del mio pianto negato,
del mio isolamento, del mio diniego a piegarmi anche se
abbandonata dalla famiglia d’origine, della mia giovinezza
perduta in sacrificio, con il mio grande amore sconvolto
dal buco nero della malattia, e avendo smarrito, almeno
in quegli anni, la sua magica stretta, quella che aveva
originato Lisa.
Sistemai la culla
di Lisa accanto al mio letto, per premere le mie dita sul
suo derma latteo ad intervalli e convincermi che esisteva.
Ma Alex non sopportava il suo pianto ed io dovevo alzarmi
con lei ed allontanare le sue urla di neonata nei recessi
più lontani della casa.
D’improvviso fummo
invasi da entrambe le famiglie che presero possesso della
gestione situazionale, a loro impronta e insindacabile discrezione.
Fui aiutata, sì,
forse anche soffocata, certo lo stato di Alex, in seguito
alla repentina assenza di privacy, peggiorò ulteriormente.
Io, Barbara, adesso,
ad oltre settanta anni, sceglierei ancora e for ever Alex
e Lisa, e soprattutto se potessi, impedirei ad Alex di lasciarmi
morendo, d’improvviso quattro anni fa.
SDS.
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