
Joe Strummer: la morte nella vita
(o, se credete, la vita nella morte: non serve anche a questo
l’arte?)
Casualmente mi sono messo a sentire l’ultimo
(davvero!) disco di Joe Strummer &
The Mescaleros, “Streetcore”. Strummer l’avevo quasi
perso dal tempo dei Clash, e anche se avevo sentito
un suo disco posteriore “Earthquake Weather”, ero rimasto
così deluso (vuoto, in un certo senso) che era passato via
dalla mia mente. Poi, un anno fa circa (dicembre 2002) ci
ha lasciato definitivamente, a cinquant’anni. La voce dei
Clash che scompare, devo ammetterlo, qualche cosina me l’ha
fatta ruzzolare, dentro. The Clash sono esistiti
per poco più di un lustro a cavallo dei primi anni ‘80.
Ma se mai dovessi dire cosa ha significato quel lustro,
durante e dopo, non solo a livello di musica, le
parole che (non!) troverei sarebbero comunque troppo parziali,
sia in senso letterale che come "di parte". Dunque
passo mano e parlo, comunque parzialmente, di altre cose
che questa morte e il successivo ascolto del disco, uscito
postumo da qualche mese, mi hanno portato disordinatamente
alla mente.
Tanti cantanti ci hanno rimesso la buccia
giovani (si è ancora giovani, se cantanti, a 50 anni?) Alcuni
di loro sono, probabilmente per questo motivo, diventati
dei miti. Molte delle loro storie sono effettivamente commoventi,
perché mostrano la fragilità umana dietro l'apparente sicurezza,
il successo, i soldi, il riuscire a esprimere se stessi
cosa che molti di noi vorrebbero come la più cara delle
cose Molti di loro mostravano inequivocabilmente i segni
di questa fragilità da vivi. Altri no. In ogni caso sembra
dimostrato che il successo e i soldi, non sono una medicina
(universale) per (alcune) anime. Molte morti tragiche in
preda all'alcool, a droghe; sfracellati a mille km all'ora
verso chissà quale desiderio o paura... Molte morti decise
con una corda o sparandosi un colpo in testa o soffocati
nel proprio vomito o sotto un treno; altre più o meno casuali,
per annegamento, infarto, incidente, durante un concerto…
Uccisi! (Oltre al famoso ex-beatle, molti sono i morti ammazzati
sulla scena del cosiddetto gangsta-rap, che per molteplici
ragioni meriterebbero una storia a parte...) Possiamo ricordarne
alcuni, di questi morti, senza distinguere la volontà dal
caso, ché mi trovo a disagio a fissare definitivamente un
atto di volontà irreversibile; perché la mente, per
sua natura, per definizione direi, non fa che volere e smettere
di volere, desiderare e lasciare, decidere e ingannarsi,
ricordare e scordare e trasfigurare e trasformare. Che senso
ha perciò riferirsi a una volontà cristallizzata in un attimo
che porta a un’azione estrema ma che nessuno può dire se
sarebbe cambiata solo dopo pochi istanti o magari dopo altre
ferite - o gioie - che la vita sa ben dispensare? Eccola
dunque, questa parziale lista in ordine sparso, di giovani
morti: Jim Morrison (The Doors), Janis
Joplin, Jimi Hendrix, Bob Marley, John
Lennon, Ian Curtis (Joy Division), Rino
Gaetano, Elvis Presley, Luigi Tenco, Kurt
Cobain (Nirvana), Adrian Borland (The
Sound), Jeff Buckley, Mark Sandman (Morphine),
Noel “Helno” Rota (Les Negresses Vertes)…
Lista pressoché infinita.
Strummer apparteneva a quelli che non avrebbero
voluto crepare (parafrasando Boris Vian, lui stesso
geniale e poliedrico cantante/drammaturgo/inventore morto
prematuramente nel 1959, a soli 39 anni, d’infarto). Joe,
permettetemi di chiamarlo così per l’intimità che mi ha
legato alle sue canzoni, era uno che tentava ancora di fare
cose, nonostante l’ingombrante passato e provava ancora
a scrivere canzoni coi suoi nuovi compagni di strada, i
Mescaleros. Niente a che vedere col passato, ci mancherebbe!
Ma quella voce da non cantante, così scorbutica, saltellante,
familiare… Non aveva fatto più cose grandi, la critica
è concorde, come direbbero Elio e le storie tese.
Ma anche il pubblico è concorde, in questo caso. Per un
po' di tempo, quando per qualche motivo tornava alle cronache,
sembrava quasi un patetico signore con un passato non suo,
tanta era stata la forza dei Clash (per chi li ricordava
almeno; cioè, scusate la presunzione, per tutti coloro
che li avevano “vissuti”)! Prima di sciogliersi definitivamente,
avevano tentato, ormai senza Mick Jones e Nick
“Topper” Headon, (sostituiti da Sheppard, White,
Howard!), un ultimo, disastroso disco, poi giustamente “abiurato".
Fine indegna, direi, per un gruppo che aveva avuto il coraggio,
per disfarsi di un contratto con la loro casa discografica,
di fare in poco più d’un anno due dischi che in realtà erano
i cinque "dovuti" (essendo "London Calling"
un doppio e "Sandinista" un triplo).
Ma che dischi! Occorre sentirli per capire quante idee,
quanta qualità, varietà, rivoluzionarietà (se non strettamente
nelle forme e anche qui ci sarebbe da discutere, per l'originalità
della sintesi fatta di forme esistenti, talune già conosciute,
altre ancora riservate a élite di cultori per l’epoca -
per lo meno nel modo, nel segno, nella firma). Un
gruppo “flessibile”, i Clash, come ha scritto Bertoncelli;
non etichettabile in una categoria sia essa rock, punk,
reggae, dub. Forse un po’ tutto questo, ma a modo inesorabilmente
loro. Joe definiva le loro semplicemente “canzoni di protesta;
canzoni folk con una chitarra elettrica”. E l'ultimo disco,
nelle note di copertina, lo definisce così: "Streetcore
ia a distillation of all the most extreme psychedelic music
showing length of knowledge of reggae + dub + funk + blues
+ jazz + folk + hip hop". La semplicità che è facile
a dirsi! Ma nel caso dei Clash anche a farsi, in
quei pochi vinili ufficiali da “The Clash” del ’77 (anno
mitico per la musica: andare a consultare un qualsiasi annuario
sul tema) a “Give ‘em enough rope”, “London Calling”, “Sandinista”,
fino a “Combat Rock” dell’82, comprendendo anche il b-side/dub
“Super Black Market Clash” ma escludendo l’abiurato “Cut
the Crap” dell’85 (non si potrebbe, ma glielo concediamo,
un po’ perché gli vogliamo bene, un po’ perché non erano
più al completo e ormai, visibilmente, allo sbando). Il
gruppo infatti, come una candela che brucia troppo velocemente,
si è sfaldato, è bruciato, non riuscendo a reggere il peso
del successo o chissà cos’altro; sono iniziati litigi, incomprensioni,
gelosie… Quello che sovente accade tra le persone, perché
“morire e far morire è un’antica usanza che suole aver la
gente”, come ci insegna Giorgio Gaber, altro grande
che ci ha lasciato quasi un anno fa, in una sua commovente
canzone (anche a lui va un sentito omaggio; benché non più
giovanissimo, minato dalla malattia, è riuscito negli ultimi
tempi a dire di nuovo cose intelligenti e preziose per molti
di noi: ascoltate “non insegnate ai bambini”, testamento
spirituale che ha voluto fosse suonata al suo funerale,
commovente e delicata canzone che insegna a non insegnare:
forse un po’ un paradosso per un fustigatore par suo di
usi e costumi del nostro tempo: ma poiché anche qua il precetto
c’è (il “non insegnare”) non c’è poi vero paradosso e la
sincerità che traspare dalla canzone ne fa una canzone indispensabile
se non nella storia della musica italiana, senz’altro nella
sua personale discografia).
Ma torniamo ai Clash. Mick Jones
provò con un altro gruppo, i Big Audio Dynamite,
che chiaramente e giustamente, erano un'altra cosa, e con
innumerevoli produzioni, alcune delle quali ben riuscite
(ad esempio i Libertines, che molti, sempre in smania
di confronti ed eredità (semi)nascoste da portare alla luce,
hanno infatti paragonato ai vecchi Clash); ultimamente
si dice che abbia fatto lo scudo umano a Baghdad. Paul
Simonon pare si sia messo a dipingere; potete trovare
la sua "arte" al seguente indirizzo: http://www.geocities.com/thewhiteriot/PaulsArt.html.
Topper Headon sembra sia stato visto fare il tassista a
Dover. Joe aveva avuto qualche collaborazione con i Pogues
e qualche parte in qualche film (ad esempio in Mystery
Train, di Jim Jarmusch). Poi l'urgenza di quest'ultimo
disco che non ha fatto neppure a tempo a veder uscire nei
negozi: il cuore l'ha stroncato prima. Pensate che nel disco
c’è una profetica cover di “Before I grow too old” di Bobby
Charles del 1952, ribattezzata “Silver and Gold”. C’è anche
una cover della famosa “Redemption Song” di Bob Marley e
c’è la bella “Long Shadow” che sembrava fosse destinata,
nelle intenzioni dell’ex-Clash, come in un quasi gioco di
parole, proprio a quel Johnny “the man in black”
Cash che difficoltà respiratorie legate al diabete
hanno fatto tacere per sempre nel settembre del 2003. In
effetti nelle note di copertina, Strummer con la sua scrittura
stampatello indica questa canzone come “The long shadow
man” e vi aggiunge a parte la dedica:
|