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Versatile

miscellanee neurotiche

a cura di Marco Simonelli


Saint of the Pit (1986) (Mute)

 

La Trezième Revient [The Thirteenth Returns]

Il disco si apre con una suite per organo da cattedrale distorto da stridori elettronici. L’overture ci introduce così in un clima di metallica e medioevale tensione esistenziale.

 

Deliver Me

Mentre l’organo sfuma in un altrove impossibile, sui sussulti elettronici un vibrato di Galàs vagamente orientaleggiante stride su un tappeto sonoro di roghi da Santa Inquisizione. Rumori di catene in sottofondo. L’acuto di Galàs continua a vibrare sempre più delirante, lambisce le urla di una strega al rogo. Mentre il tappeto elettronico torna ad intensificarsi, la voce si fa ombra, sembra provenire da un Ade pieno di clangori. Il pezzo si conclude con una sferragliata di fonemi vertiginosi, ipnotici, epilettici.

 

L'Heautontimioroumenos (1857) [Self-Tormentor]

L’interpretazione di Galàs dell’omonima poesia di Baudelaire è sussurrata gutturalmente; repentini cambi di velocità nel parlato (sempre basso, carico di desiderio autodistruttivo) sembrano insinuarsi come virus nei versi declamati come in una condanna a morte. La voce si sdoppia riprendendo gli acuti vibranti del precedente movimento.

 

 

 

Artémis (1854)

Uno sdoppiamento vocale ancora una volta simboleggia la dissociazione psichica che Galàs mette in atto: questa volta il tema viene variato in effetto coro: un coro senza chiesa, pagano, anime di megere decedute che tornano sul luogo del sabba, banshees presaghe di atroci dipartite. Dopo questo piccolo preludio, il sonetto di Nerval è cantato da una Callas in preda a deliri apocalittici: in un crescendo epico, il tema della morte/amante che ritorna si intreccia espressivamente con l’immagine iconografica del santo avvolto dalle fiamme: chiaro riferimento all’inquietante iconografia cristiana: all’immagine del martire corrisponde quella del malato, avvolto in un fuoco divoratore, condannato ad un esistenza angosciosa in un pozzo buio.“La sainte de l’abîme est plus sainte à mes yeux”: quasi a dire che i derelitti e gli oppressi, i “fallen angels”, sono per Galàs sia fonte d’ispirazione sia matrice psicologica primaria alla composizione della sua trilogia.

 

Cris D'Aveugle (1873) [Blind Man's Cry]

 

La suite dedicata a Corbiere si apre con uno strido continuo di gabbiano elettronico. Ancora una volta il canto è orientaleggiante, l’invocazione “Deus Misericors” cosparsa di sputi e boccacce da un inquisito sotto tortura, l’immagine del Golgota infinito, il coro gregoriano e l’organo in un crescendo di agonia fisica sono elementi che contribuiscono a rendere visivamente e fonicamente lo stato del malato, dell’appestato, del condannato ad una punizione divina da cui non c’è scampo.

 

 

 

 

 

Disc 2

You Must Be Certain of the Devil(1988) (Mute)

 

 

Più vicino alla forma disco-rock che alla presa diretta di un’emozione, il terzo pannello della trilogia si apre con gli acuti devastati di Swing Low Sweet Chariot, un riferimento occulto alla divinazione dei tarocchi: il Chariot (o Carro) è la carta che preannuncia un lutto. La certezza del demonio è qui da intendersi come coscienza, come presa di coscienza della devstazione fisica e psicologica che la piaga dell’AIDS ha portato alla società. L’assolo vocale si contamina nell’elettronica nella successiva Double-Barrel Prayer che incorpora il Credo cattolico in una supplica allucinata in cui Cerberi infernali sono pronti a ghermire la preda. Let's Not Chat About Despair inscena uno psicodramma e un’accusa insieme: Galàs racconta alla folla di codardi e di ipocriti bigotti a cui quest’arringa è dedicata la paura di chi vive a stretto contatto con la morte: presentati come “morti viventi” spaventati, in attesa di demoni/angeli che salvino il corpo dalla sofferenza tramite la morte mentre “ci vorranno da dieci a quarant’anni per trovare una cura”. Brids of Death è una preghiera profana che si svolge sopra linee di basso profonde come piaghe, You Must Be Certain of The Devil un pezzo che swinga come pochi per una voce concitata e stridula maschera in una parodia cinica le sue vere intenzioni: solo il male è certo, solo il male sceglie le proprie vittime: si tratta anche qui di un atto di devozione: Galàs si dichiara paladina e sostenitrice della causa (tanto da farsi tatuare sulle nocche della mano le parole” We’re all HIV+”, “Siamo tutti sieropositivi”). Let My People Go,  con pianismi dissonanti alla Webern è una rivisitazione liturgica in chiave blues, Malediction condanna tutti coloro che nel corso della storia hanno oppresso le minoranze: dagli antichi romani agli skinheads. Con The Lord Is My Shepherd, “Il Signore è il mio pastore”, Galàs conclude la sua Messa solenne per gli appestati di fine millennio: con un bisbiglio soffocato, allo stremo delle forze, fra ruggiti animaleschi e perversioni foniche, si consuma l’atroce rappresentazione della piaga. Successivamente Galàs organizzerà il materiale fin qui composto e rappresenterà la sua Messa Solenne nella chiesa di Saint John a New York: nuda, coperta di sangue, declamerà il suo discorso funebre accusando tutti coloro che vedono nell’AIDS una punizione divina, schierandosi nuovamente dalla parte dei sofferenti. Per l’uomo codardo, dice Galàs, non ci sarà scampo.

 

(per ulteriori informazioni http://www.diamandagalas.com)

 

       
MS.

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