Versatile
miscellanee
neurotiche
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Saint of the Pit (1986) (Mute)
La
Trezième Revient [The Thirteenth Returns]
Il
disco si apre con una suite per organo da cattedrale distorto
da stridori elettronici. L’overture ci introduce così in
un clima di metallica e medioevale tensione esistenziale.
Deliver
Me
Mentre
l’organo sfuma in un altrove impossibile, sui sussulti elettronici
un vibrato di Galàs vagamente orientaleggiante stride su
un tappeto sonoro di roghi da Santa Inquisizione. Rumori
di catene in sottofondo. L’acuto di Galàs continua a vibrare
sempre più delirante, lambisce le urla di una strega al
rogo. Mentre il tappeto elettronico torna ad intensificarsi,
la voce si fa ombra, sembra provenire da un Ade pieno di
clangori. Il pezzo si conclude con una sferragliata di fonemi
vertiginosi, ipnotici, epilettici.
L'Heautontimioroumenos
(1857) [Self-Tormentor]
L’interpretazione
di Galàs dell’omonima poesia di Baudelaire è sussurrata
gutturalmente; repentini cambi di velocità nel parlato (sempre
basso, carico di desiderio autodistruttivo) sembrano insinuarsi
come virus nei versi declamati come in una condanna a morte.
La voce si sdoppia riprendendo gli acuti vibranti del precedente
movimento.
Artémis
(1854)
Uno
sdoppiamento vocale ancora una volta simboleggia la dissociazione
psichica che Galàs mette in atto: questa volta il tema viene
variato in effetto coro: un coro senza chiesa, pagano, anime
di megere decedute che tornano sul luogo del sabba, banshees
presaghe di atroci dipartite. Dopo questo piccolo preludio,
il sonetto di Nerval è cantato da una Callas in preda a
deliri apocalittici: in un crescendo epico, il tema della
morte/amante che ritorna si intreccia espressivamente con
l’immagine iconografica del santo avvolto dalle fiamme:
chiaro riferimento all’inquietante iconografia cristiana:
all’immagine del martire corrisponde quella del malato,
avvolto in un fuoco divoratore, condannato ad un esistenza
angosciosa in un pozzo buio.“La sainte de l’abîme est plus
sainte à mes yeux”: quasi a dire che i derelitti e gli oppressi,
i “fallen angels”, sono per Galàs sia fonte d’ispirazione
sia matrice psicologica primaria alla composizione della
sua trilogia.
Cris
D'Aveugle (1873) [Blind Man's Cry]
La
suite dedicata a Corbiere si apre con uno strido continuo
di gabbiano elettronico. Ancora una volta il canto è orientaleggiante,
l’invocazione “Deus Misericors” cosparsa di sputi e boccacce
da un inquisito sotto tortura, l’immagine del Golgota infinito,
il coro gregoriano e l’organo in un crescendo di agonia
fisica sono elementi che contribuiscono a rendere visivamente
e fonicamente lo stato del malato, dell’appestato, del condannato
ad una punizione divina da cui non c’è scampo.
Disc 2
You Must Be Certain of the Devil(1988) (Mute)
Più
vicino alla forma disco-rock che alla presa diretta di un’emozione,
il terzo pannello della trilogia si apre con gli acuti devastati
di Swing Low Sweet Chariot, un riferimento occulto
alla divinazione dei tarocchi: il Chariot (o Carro) è la
carta che preannuncia un lutto. La certezza del demonio
è qui da intendersi come coscienza, come presa di coscienza
della devstazione fisica e psicologica che la piaga dell’AIDS
ha portato alla società. L’assolo vocale si contamina nell’elettronica
nella successiva Double-Barrel Prayer che incorpora
il Credo cattolico in una supplica allucinata in cui Cerberi
infernali sono pronti a ghermire la preda. Let's Not
Chat About Despair inscena uno psicodramma e un’accusa
insieme: Galàs racconta alla folla di codardi e di ipocriti
bigotti a cui quest’arringa è dedicata la paura di chi vive
a stretto contatto con la morte: presentati come “morti
viventi” spaventati, in attesa di demoni/angeli che salvino
il corpo dalla sofferenza tramite la morte mentre “ci vorranno
da dieci a quarant’anni per trovare una cura”. Brids
of Death è una preghiera profana che si svolge sopra
linee di basso profonde come piaghe, You Must Be Certain
of The Devil un pezzo che swinga come pochi per una
voce concitata e stridula maschera in una parodia cinica
le sue vere intenzioni: solo il male è certo, solo il male
sceglie le proprie vittime: si tratta anche qui di un atto
di devozione: Galàs si dichiara paladina e sostenitrice
della causa (tanto da farsi tatuare sulle nocche della mano
le parole” We’re all HIV+”, “Siamo tutti sieropositivi”).
Let My People Go, con pianismi dissonanti alla Webern
è una rivisitazione liturgica in chiave blues, Malediction
condanna tutti coloro che nel corso della storia hanno
oppresso le minoranze: dagli antichi romani agli skinheads.
Con The Lord Is My Shepherd, “Il Signore è il mio
pastore”, Galàs conclude la sua Messa solenne per gli appestati
di fine millennio: con un bisbiglio soffocato, allo stremo
delle forze, fra ruggiti animaleschi e perversioni foniche,
si consuma l’atroce rappresentazione della piaga. Successivamente
Galàs organizzerà il materiale fin qui composto e rappresenterà
la sua Messa Solenne nella chiesa di Saint John a New York:
nuda, coperta di sangue, declamerà il suo discorso funebre
accusando tutti coloro che vedono nell’AIDS una punizione
divina, schierandosi nuovamente dalla parte dei sofferenti.
Per l’uomo codardo, dice Galàs, non ci sarà scampo.
(per ulteriori informazioni http://www.diamandagalas.com)
MS.
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