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Editoriale
IL VORTICE
E' l'impatto dei mattini dissolti fra l'impossibilità
di non essere squarciati dal vuoto, la disputa scabra contro
di esso e la lubrica resa in agguato.
Di cosa sa parlare profondamente un essere di nuovo prostrato,
ferito, con i pugni colmi del sangue che nessuno ha visto,
con le cornee infisse su un futuro inimmaginato, sulle speranze
che non si fanno embrione, sete, materia...
Che il vuoto sazi di sé ogni alba frigida che si
rende ciclo, eterno ritorno dell'uguale, anni persi a cercare
e ad attendere un'altra esistenza, L'Altro come unica chance.
Apnea di lemmi, inutile corsa al prossimo non detto, cercato
chi non sarà mai presente. Comprendo il sinistro
e seducente sguardo del cupio dissolvi, comprendo il suo
richiamo, la potenzialità ancora ricolma di vita
di dire al mondo: no, solo alle mie condizioni. So del buio,
del rilassamento di cui i sensi reclamano necessità,
il placet bruno del lasciarsi andare. E so di un novembre
in cui una sera d'umido e acquerugiola parlò di un
amore ucciso, violentato, di un amore ora lontano, so dell'amaro
che le lastre d'acciaio su cui si posano i ricordi resero
alla vista di lui invece del consueto desiderio.
So di quel lontano trabordante spasmo, e so del tuo nulla,
del mio nel non vederti più, del suo, la lei che
si intuisce fra i ghiacci. E cosa si immaginerà dalle
tue iridi dolenti, cosa crederà che tu sia, quale
realtà si snoda nel suo presente... Una sera in novembre
in cui un amore, una volta grande, resta di scheletro, solo
lì a fissarmi.
La mia pelle si compone di tanti sguardi. Cesure, dolore,
tempi dilatati all'infinito e poi, due occhi colorati a
sottrarti dall'abisso fitto fitto, compresso fra le molecole
d'aria. Posso ora compormi di quelle soglie fra le anime
di chi si è posto su me con l'apertura di una vista
tattile e profonda. Ed ho sentito chi mi sorrideva da un
suo dentro lontano senza perché, chi non si soffermava
sulla mia sete di incontrare iridi per trarmi al di là,
per trarle al di là... Mi hanno spanto carezze in
camici di gesso, il blu di due individui che sapevano, volevano
guardarmi, vedermi. Cartazzucchero di un ipnosi desiderata,
di un perno carismatico a cui ubbidire, perché si
cerca un domatore, qualcuno da stimare con passione, qualcuno
che ci scardini il flusso ossessivo dei pensieri usuali.
C'è un vortice sul confine, impossibile non aderire
agli estremi, impossibile non viverne il dubbio, la nebbia,
l'inquietudine, la prossimità col cupio dissolvi.
Ed è su un tale gorgo che si aggregano lane ruvide
dell'ansia di esistere, anche se la strada è un fascio
di buio, un frenetico o indolente notturno di non-sense.
Notte
sapeva di cere rubino,
notte di anime indosso.
To scent sharp, suoni
di biglie fra dorsi,
e il senso, era, dicevi,
confine di limen silente.
Profilo stretto:
di ogni pelle su te.
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