DIECI POETI ITALIANI: alcuni spunti da una antologia
("Dieci poeti italiani", Bologna, Edizioni Pendragon,
2002)
a cura di Massimo Acciai
Colpisce l'eterogeneità di questi giovani poeti.
Colpisce favorevolmente, dato che bene o male ognuno ha
i suoi gusti in fatto di poesia: chi ha scelto il verso
libero, chi è ancora legato alla rima e a metriche
classiche, chi usa un linguaggio aulico e chi è portato
alla trasgressione verbale (o entrambi insieme), e via discorrendo.
Si ha l'impressione di uno sguardo per quanto possibile
rappresentativo di una realtà poetica - quella italiana
dei nati negli anni '70 - che pure conserva al suo interno
diversità rilevanti, per quanto il curatore dell'antologia
ponga invece l'attenzione sui tratti comuni ai dieci autori.
E' giusto così, che ognuno porti un contributo poetico
diverso dall'altro, attingendo magari da un passato troppo
spesso sentito come "passato", così da
arricchire la moderna poesia che si va continuamente costruendo.
Non mancano le suggestioni del proprio vissuto che si trovano
in questa o quella poesia, il dubbio che abbia ragione Matteo
Marchesini (il primo autore in ordine di apparizione) a
definire la poesia "repubblica dell'ipocondria",
che in qualche modo isola ed allontana i suoi cittadini
da un mondo più banale ma forse più felice,
o per meglio dire più "rassicurante", come
gli amici del poeta. Il poeta è il Diverso, ma quanto
costa a volta essere diversi, quanto vedere crollare le
certezze, correre con coraggio verso il lato doloroso della
vita e rinunciare ad un mondo protetto e anestetizzato!
Eppure è proprio dal disagio, da un desiderio insoddisfatto,
che nasce spesso (troppo spesso?) l'ispirazione. Il poeta
è un tipo eccessivo, estremo, non solo quando scrive:
lo è anche quando vive. Non è una scelta,
come quella di un termine, ma è carattere che spinge
ad oltrepassare una soglia, a coltivare il proprio dolore
e a trarne una fonte creativa.
Il bolognese Nader Ghazvinizadeh offre uno scorcio del suo
mondo domestico e del paesaggio circostante, attraverso
una poesia intimista. "Rapsodia Appennino" riporta
alla memoria sapori e odori che vanno scomparendo: l'atmosfera
di una cena rustica, con "carne di capriolo",
col caminetto acceso e il freddo fuori dalla porta, viene
evocata con efficacia. L'immagine finale di languore sembra
alludere al rischio di sfuggire la realtà in quest'oasi
di finta quiete in cui si rischia un leopardiano naufragio.
Ritorna il tema nostalgico in "Vecchio film",
dove il "color del caffellatte" e "le voci
di crema da notte" delle vecchie pellicole riescono
a creare un misterioso fascino anche nella generazione abituata
agli effetti speciali di "Matrix".
Ci sono molte poesie "paesaggistiche", oltre alla
citata "Rapsodia Appennino", genere poetico che
amo molto. Di Luca Grasselli ho apprezzato soprattutto un
brano - privo di titolo - tratto dai suoi "Corollari
e controcanti per Francesca", precisamente quello datato
31 dicembre '95. L'Eremo di Camaldoli, luogo sacro che appartiene
in certa misura anche alla mia infanzia, evoca immagini
dolci e un po' decadenti dove il tempo "goccia"
sulle auto, là, dietro ai vetri, come un canto liturgico.
Francesca Fabroni da parte sua fornisce un interessante
assaggio di poesia dialettale dalla terra di Ciociaria;
terra di passaggio dove - si lamenta l'autrice - non si
ferma nessuno per comprendere a fondo quella terra, i suoi
paesaggi rustici e contadini, per noi indecifrabili, "illetti".
Con Andrea Temporelli ho avuto il privilegio e il piacere
di un breve scambio di e-mail in occasione dell'intervista
a lui dedicata (1).
Tra le sue poesie antologizzate ho apprezzato soprattutto
"Favola", anche se ho trovato alquanto inquietante
l'accostamento tra il ladro che entra nella casa della ragazzina
che dorme e l'immagine del principe azzurro sognato da essa:
rimanda forse alla distanza che c'è tra la favola,
dove la bella si dà al principe pura e immacolata,
e la realtà dove spesso l'amore è un furto
ormai non più sentito come tale, in quanto la "refurtiva"
è bramosa anzi di essere rubata?
Fra tutti gli autori raccolti in questo libretto di 160
pagine (non molto per una realtà così complessa
e stratificata) forse quello che più mi è
rimasto nella memoria, oltre a Marchesini, è il lombardo
Riccardo Ielmini (2),
in particolare la sua poesia - senza titolo - che si apre
con il bellissimo incipit: "Finché un giorno
hai a che fare con la vita". La poesia convince ad
ogni verso, fatto non frequente per un testo affrontato
per la prima volta. L'autore è cattolico, attinge
molto al vissuto, ai suoi ricordi, ma i suoi versi parlano
di verità universali e quotidiane. La vita è
soprattutto inquietudine, disagio fisico e mentale, ma forse
siamo noi ad essere diventati più vulnerabili, ("si
sa che oggi la soglia del dolore / s'è abbassata
e l'angoscia mette meno / tempo, a dare di stomaco")
- bellissimi questi versi spezzati - ma la vita è
ostinata, resiste a "quel senso si vertigine / mentre
aspetti il tuo turno dal dottore". Ritorna dunque il
tema della malattia, del disagio; la conclusione sembra
rimandare alla "repubblica dell'ipocondria" di
Marchesini, quasi a chiudere perfettamente un cerchio.
MA.
|