segue da Daniela Monreale, "Lo sguardo delle cose",
Nuova Editrice Magenta, Varese, 2001.
Secche magre nell'esistenza ferita, in tormenti di polveri
e "indifferenza" (p. 48). Un fuori, un universo
estraneo assale "l'involucro" che non tiene rispetto
ad esso: agonia, incomunicabilità (p. 52).
Evasione, carceri logistiche nel consueto, usuale, dal quale
una sete necessitante, in parte ignota, ci fa dubitare la
possibilità di esimersi, di percorrere il nulla dei
"Viali" (p. 55).
Anche l'agire impasta il panta rei come fosse arso e in
ossimoro fiorito al tempo stesso (p. 58).
Ma le cornee della protagonista conservano la "sapiente"
focia della penetrazione, forse incrinano gli schermi, i
vetri protettivi oltrepassandoli d'aculei (p. 62).
E dopo lo slalom dell'indagine ciò che resta è
il sapore del rapporto, di "semplici baci" al
di là del tempo (p. 66) oltre ogni soglia possibile
e desiderabile come speranza schietta e materica.
"La nitida incoerenza" sarà l'aborto dei
lemmi e una nuova ambivalenza di contatto.
Compare la "lacunosa notte" alter ego dell'interiorità,
l'auctor possiede grinze di netta consapevolezza: sa di
"essere nel lento e nell'incerto", ma non è
solo, presenze indefinite lo attorniano, forse il tu dello
straziante e delicato duello di ricerca, e comunque si registrano
parole insufficienti perché non tangibili, cerebrali,
e non totalizzanti; dunque scatta nel libro, tagliola semiconclusiva,
la fragile povertà del linguaggio (p.69 II).
I contrari sono liquido che si frammette e nasce l'assenso
anche nella fuga, anche in un viso che non sa aderire completamente
al nostro bisogno di esso (p. 70 III).
Nella vertigine come emblema il sincretismo di questo conflitto
(p. 77).
Sineddoche della corsa all'"umile/umida" comunicazione
sono le labbra e si sa che incontreranno anche, oltre l'evanescenza
del proprio sorriso specchiante, oltre agli aggregati di
bocche straniere, anche il greto squamoso, denso di sporche
sabbie, nel "giardino" (p. 80).
Come un elemento circolare, un nulla terreno, il ritorno
dell'uguale, gli opposti si equivalgono e congiungono: "epilogo/prologo".
Ed è nel lasciarsi andare, nel sospendere un attimo
il voltaggio pur restandovi immersi che Monreale pacifica
con inquietudine i cardini della contesa più intima
(p. 83).
Lo "scacco" si pone nel gioco come ludica, primigenia
pelle disperante e inalienabile (p. 84).
SDS.
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