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Soglie: storie liminari di estremo disagio


LE NEBBIE.

a cura di Simonetta Della Scala


Ho di nuovo tenue percezione di me stessa, dolore diffuso, malessere inalienabile sulla superficie del sé. Impotenza, come un brandello d'essere lì esposto, non posso fuggire, sento... un rumore sembra. Ho ancora del sonno addosso, folto, greve; uno, due visi che si delineano.
Ancora quel forte, intenso tormento nel corpo, sperimentazione feroce dell'inalienabile contingenza in cui si è gettati.
Intuisco, di scatto, che ha avuto inizio senza mio consenso, una tranche di sopportazione senza nome.
Un uomo, infermiere, e poi le parole squillanti di una donna. Sono in dialisi, e la seduta è in pieno svolgimento. Rapido, il pensiero di lui, lui che aveva promesso di esserci, lui negli ultimi istanti prima dell'oblio, immagino che si chieda come sto, cerco di far capire a chiunque mi si avvicini, che ho bisogno, necessità viscerale ed estrema di vederlo, adesso che sono sola, indifesa, che non so più nulla di me e del mio coraggio, adesso che mi basterebbe un modesto sguardo su questo corpo di grinze e sangue.
Le parole non si danno fluide, non riesco a ricordare dove ho appuntato il suo numero di telefono, sì, i miei amici lo possiedono, ma posso fidarmi?... Ho terrore, sospetto che desiderino proteggermi tenendomi lontana da lui. E come, come posso sopportare il dolore, l'impossibilità di muovermi, le parole che non giungono mai, che si trasfigurano mentre vorrei fermarle in una catena significante? Sì, lo so che posso, lo so che no ho alternativa. Un poco del suo sorriso zuccherino su questa mia dannazione, anche se sono sbagliata, anche non mi ritiene sua, un poco di quell'amore bruciante che un giorno ci siamo dati, un istante con me fuori da questa stanza piccola e vuota. Un istante con me piccola e vuota. Utilizzando le esigue forze che mi stanno tornado dopo il coma profondo, convinco medici ed infermieri a cercare di rintracciarlo, sono dolci e molto pazienti. Un microcosmo di valori, il rispetto, la cura verso il malato, la pazienza, la dignità di chi soffre. So di stimare già quelle tre persone incise nella memoria, coloro che mi tennero le mani ed ascoltarono la sera del 2 novembre. Insisto ossessivamente. Dopo un lungo tempo, da allora ogni attimo prende a dilatarsi, mi preparano per essere trasportata in un altro reparto, mi chiedono di mia madre, ma io, non voglio vederla, credo, sarebbe come ammettere adesso, in questa prostrazione che sì, ho fallito l'ennesima volta, che sì, nessuno mi ha ritenuta degna di essere amata, che mi devo arrendere alla nostra vita, che non c'è altro, anche se continuo a ribellarmi, che non c'è davvero altro. Poi, durante il tragitto, il sorriso della barelliera, è avvolgente, sereno, so che proviene da un diverso ordine di esistenza, magari è stata una giornata qualunque per costei: l'inizio dell'autunno profondo, il buio dell'ora che oramai si è fatta intorno. Mi dicono che è sabato. Io, io dove ero rimasta, giovedì forse, e Lui. Lui, lo cercavo urlando fuori dall'ambulanza. Mi dissero in seguito che non è mai arrivato all'ospedale. Dal luogo in cui ci siamo lasciati, mentre ripeteva che ci saremmo incontrati al reparto, che mi avrebbe seguita con il motorino, lui, non è mai giunto. Ed io che non volevo entrare se non rivedevo il suo volto, i muscoli preziosi di quel sorriso. In realtà so poco dei due giorni trascorsi in coma.
Mi dicono che non abbia mai chiesto di me. Non ha voluto sapere se fossi o non fossi sopravvissuta. Ricordo quegli istanti di cera in albergo quando ci siamo detti di esserci amati, quando pur nella distanza che si apriva fra noi, la sua paura, il mio dolore, il mio incontenibile dolore, il suo abbraccio rendeva tenue ogni lemma temporale. Chissà forse quella notte, la notte della lacerazione si è portata via la mia emotività, forse è stato il suo silenzio, quando più avevo bisogno del suo amore, poco, relativo, a metà, che importava, avevo bisogno di quell'amore in una corsia, con gli arti semi bloccati, con le parole incompiute, con quello che restava di me e con ciò che era ancora in potenza.
Ricordo di avere sentito voglia di una carezza, la carezza di mia madre. La madre che conosce il male della propria creatura. Riferiscono di avermi udita gridare il suo nome finché non l'ho vista. E poi ancora un patto con lei, da donna a donna, doveva cercarlo e trovarlo e dirgli soltanto che io ero viva e volevo vederlo, senza perché, senza domani, senza promesse, che volevo solo, semplicemente vederlo.
Mia madre riferisce che X ha negato di conoscermi e che si è poi contraddetto nel corso della telefonata. Io non le ho creduto, subdoravo un complotto, falsità. Ma il suo cellulare quando ho cercato di comporre quel numero in memoria, benché le mani fossero ancora rigide e piene di spasmi, il suo telefono era sempre staccato. Poi, il giorno dopo, nebbia a collante sulla mia fragilità, ho cessato di cercarlo, mi hanno assicurato, in parte convincendomi, che non si era mai interessato delle mie sorti in quei giorni.
Le mie cornee l'hanno scorto in un altro contesto, cinque giorni dopo essere uscita dall'ospedale. Dopo le notti piene di incubi, dopo gli attacchi furenti di emicrania, dopo il mondo onirico che si era fatto carne e suono, dopo la prostrazione, ancora, la vergogna, la solidarietà degli altri malati. Dopo la difficoltà del primo passo fuori dal letto, dopo i pasti che non riuscivo a ingoiare, dopo i silenzi del reparto, le albe, l'assenza di privacy, la paura, la mancanza totale di difese. Lui sa di me, io so,forse, di uno dei suoi lui, quello che mi ha amata profondamente. Ma nessuna parola è scorsa sui nostri corpi. Il mondo non conosce cosa ci è successo. Il mondo non era lì, sembra volermi urlare il suo silenzio, quando in un tempo senza luogo, incontrai il tuo cuore.
La notte dopo il risveglio in dialisi, durante l'interminabile facies di quel buio inarrestabile, ho immaginato come una bambina, che il mio sogno si avverasse, di vedere mia madre arrivare la mattina dopo insieme a lui, come simbolo che forse qualcosa nel cristallo pesante dell'uguale stava mutando.
Una visita per quella me che ancora, malgrado tutto, esisteva.

SDS.

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