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Editoriale
Novembre
Tornavo
da teatro.
Novembre.
Sola
priva di paura nella notte criminale.
Ma
col terrore di me stessa.
Vorace
di aggressione, io per prima senza maschera.
Alcool,
mitigarsi.
chi
sono io per chi?
Guardami!
Chiunque tu sia, guardami!!
Perché
volete uccidermi?
Perché
non io regina, sposa, sorella, vestale, domina?
Vorrei
che tu mi credessi, non so chi sarai, se sarai...
Lavare
le cicatrici. Lo senti questo liquido fantasma sul voltaggio?
E
perché no, confondiamoci tra le musiche; assenti verso il
resto.
Consacrami
di croci, verginità, assedio.
Porta
sangue dai catini. Rendi paglia sulle reni.
Avvolgi
la fuga che imprimerò al solo distinguerti.
Vuoi
che ti afferri di bende fra i capelli...
Vorrei
perdermi senza dove... mani di sconosciuti sul derma spoglio
di sesso.
E
Voi, Voi, Chi vedete sulle luci del palco ora?
Siete
dentro, siete nel mio corpo, confusi dalle fibre, SNC; tutti
voi.
Tornavo
da teatro.
Novembre.
Persisti
oltre te stessa, lo so vuoi lasciarli soli, ma no. Non
ancora. Ancora no.
Fiori,
viaggi, taste, caos?
Brandisci
amplesso, placenta, sensi, materia.
Fretta.
Inerzia. Rigida? Elastica.
Tenditi
di scatto e resta fermo.
Vigila
sul confine, non lasciarmi andare!.............. non fermarmi.
Sii
la vita che non so.
Che
non ho.
Tornavo
una sera in novembre da un teatro fantasma, forse... ed
al centro banco di spettri.
Coma
Dose
cortice
in
lucie.
Ballavi
di una danza violenta.
In
sarco luminàl
destro.
Sognai
che mi lacerassi convesso, i capelli annodati.
Logos
viri
ai
digitali.
E
palpavi, coriandolo ogni muscolo fermo.
Attoniti
dalle ombre, maschere alla calce di sinapsi e volevano che
i rombi torturassero ancora lo sfarinare sulla polpa in
asse di midollo..
Formazione,
ologrammi sessuati in assedio, l’ontologia onirica in gestosi
con l’essente. erano i soli essenti.
Formazione,
assetto, trincea che “aspare”.
Bianchi
tartari corvino sui dadi in formule all’inconscio.
Annodano
le trecce di Sulspicia.
Hai
vinto la mia libagione, ti sono rena fra le mascelle.
La carne
hai
nervi e sorelle, il padiglione di coralli blu.
Ho
rivisto la tua ombra; / tatto senza consapevolezza, dal
tuo scheletro rapisci, e quell’ombra è ancora la mia.
il
domatore apparentemente frange lemmi ad uguali sussurri.
devi
mestare cavalli ed implosioni senza livello,
ologrammi
di parole nascoste, non dette, scomodi ologrammi.
Ma
tieni questa resistenza di sale, di vuoto, di sangue povera
di direzioni.
E
afferrane una, le corde che si schiodano pudiche e voluttuose
dal pianoforte fino alle te mantice di terra pietrosa.
Forse,
non manca molto e scioglierai le bende.
non
esiste libertà.
Ma
forse io, scioglierò le bende.
E
quell’arcano di cornea infuocata sul nulla, ed il silenzio
delle mosche avide, sui visi, cartoni. solo istanti, musica
dalle fascine della frusta izzata.
brandirsi
un’unica preda con il corpo di altri.
In
uno scanno non posso cedere e smettere di cavare occhi di
scintilla, occhi senza dolore.
no more, land. no more land.
distici
fortuiti, posso avere ancora nettare dalla fiaschetta?
Uno
o due passi, dicono che potremmo essere sedotti dalla battigia
domani.
Ho
sensi, sesso, vertigini, vuoto. Ho lallabay, sensi, cura,
deflorazione.
Ti
domandi perché ti odio quando violenti i miei no, e solo
ti amo nel presente
come
un velo di chi tu sei stato anche mentre estendi il dolore.
Ma
di carne ora sarò vestale senza tatto, non il mulino sulle
pelli congiunte.
Smarrirsi
e poi continuare, dosa la passione di questo stanco, violento
sangue.
No,
no, lascialo a me. Lasciami con lui.
Forse
una notte, simile a questa, forse quella fiaccola di notte:
labbra su ogni sesso.
Carne.
insabbiano le spugnature ma tu corri su ogni carne qui presente,
per
aspergerla
del tuo folle sesso non senso.
SDS.
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