| Editoriale
IL DISTACCO
So che mi mancherai come
terra inferocita, sabbioso, croci di tortura nel
cancro friabile che mi getti indosso fuggendo. Ma non sei
altro da me. Ed io non conosco misura per lasciarti. Torsione
in assenza di requie.
Acqua. gemiti. Acqua.
Hai finito di spogliarmi, ma i
vestiti sono incrostati, sulle fasce nervose, dalle cartilagini.
Mai. never, palpi sulle gelatine,
fari di scatto.
Acqua. Acque.
Superfici: denso liquido-decomposizione.
narciso corvino tra i capelli.
odi le mie braccia, quando ti tocco e continui a volermi.
e continui solo a non volermi.
Non si raggrumano seni e morsi
dai tuoi fantasmi.
rendimi cassandra, nebbia, medea.
siediti qui: sul nero e sul niente
degli arti.
sali dentro il labirinto, fuggi
dai fantini gremiti, sali dentro questo labirinto.
zanzare, distacco, origine.
Siete nel suo corpo, siete dentro.
mescita di cancro e greto.
certe di ogni spugnatura.
acque. l’acqua.
sai di me decubito; lascivo.
Brani; linea? ... demoni in sesso
fluido.
la mia carne è il tuo pasto, premi
sulle fratture, senza gestazione.
spose in SNC. senso...
prigioni il fibroma di pelle.
Nella mia-tua sacca che trascende.
rigido... rigido.
Labi di sonno.
Resina; sfera pesta alla guepierre.
Trattengo saliva. Non è mia.
Crini infusi di bersaglio. La chance
e s i s t e v a .
Abiti i lacerti del mio mantice,
come il Suo spettro insaziabile.
E batti percussioni dall’inconscio.
lasci che pruda sulla materia.
Noci di amnesia alle sirene compresse
in giugulare.
Cancellarti in volto. Cancellare.
Tergi questo scettro che mi hai
infisso tra le vertebre.
Non sceglierai, più, veli da spezzare.
Non ho soma in te ormai.
never. never. La chance n o n
e s i s t e v a
e aderisci, ti scuoti, come unica
cellula che sento.
la vertigine, l’elettrodo, la Tua
Cellula sono ancora io.
In itinere
Le sadiche vergini addentano le
tue mani protese.
Scavi sulla lacca per fermare il
dolore.
Di lux vergare ogni vergine al
tuo vizzo.
Oltre te aghi, ossessione soltanto,
oltre me: muoviti danse, e sei tu.
Mi hai lasciato la morte su asini
asciutti.
Parlo senza distinta, viatico,
origine.
Sento nettàre da quei vascelli
che risuonano al ventre.
Sei tu con un basco bianco a non
esistere,
sei tu che mi cerchi frastornato
senza realtà.
consumarti di materia
scuotere la dama gitana
che mi insabbia di nostalgia.
Hai voluto lasciarmi, non ho potuto
lasciarti.
E sangue il turbine a monadi estese.
Hai voluto che fossi una membrana.
sensi, tuoi sensi.
E quando di alloro saprà la tua
bocca,
quando trarrai di uncino dalle
labbra in me,
mi vestirò di torcia
per cessare, un attimo, di carezzarti.
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