Notti Rouge
dedicato ai più dissimili
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Max Ernst
La Vestizione della Sposa (La Toilette de la Marine),
1940
Olio su tela, 129,6 x 96,3 cm
Collezione Peggy Guggenheim
Senza razionalità.
Baluginii interpretativi su “La vestizione della sposa” di Max Ernst.
La
sposa dipinge se stessa interiormente, al di là di ogni
bianco convenzionale e forse vede quello che Ernst ci specchia.
Una
vorace violenta vestizione verso un futuro predeterminato
e insaziabile di voluttà carnale.
Ci
sono doppi, ancelle, compagne, o solo lei che vorrebbe riconoscersi
e restare-fuggire, ma la prigione della storia decisa, del
destino mantice sulla sua pelle ora vibrante di piume stappate
via ad un altro corpo che pulsava, rendono statica la reclusione,
già evento svoltosi alle spalle e fissato dalla calce ocra
del quadro, (peraltro intravista come arenaria sfaldata
e riarsa o spugna bruciata dal tempo, vento, lungo futuro).
Ed il soma nel quadro anch’esso si terge d’indistinto. Il
cuore di una sposa è forse un notturno cangiante; plurimi
occhi inside che lo compongono e lo disperdono. Ma è un’
ostentazione che in realtà nessuno vedrà o può vedere, se
non il ventre moltiplicato di lei.
E
quest’ultimo sa di una splendida filiforme damigella, nuda
anch’essa, dall’incarnato roseo e zuccherino. Sa di una
creatura plastica e confusa di materia, di senso, sesso,
verde e dolorante, sa di un alato cigno straniero dalle
gambe umane, che consegna la fallica lama delle ripetizione
del sé che la sposa subisce forse, per una volta, tutta
d’un lampo, durante la vestizione.
La
protagonista vorrebbe allontanare la vergine o non vedere
intorno, ma incombono i suoi occhi spalancati di civetta
a fissarci, per domandare se vediamo anche noi il dolore,
e scatta un terzo occhio dai piumaggi, il vecchio sé rivolto
alla donna rosea che “aspare” nel vuoto delle identità multiple
che si materializzano. Dalla giugulare una ennesima maschera
arancio, con scarse probabilità di emettere suono.
L’incarnato
della sposa è già quello di una puerpera.
E
costei partorisce ora se stessa nella schizofrenia delle
voluttà, volontà, possessioni. E nessuno carezza questo
gancio alla notte che la donna trattiene tra le fibre convulse,
in un cancro silente mascherato e sepolto.
E noi
ci perdiamo e ritroviamo negli specchi rotanti del suo sé/io
scisso.
Due testi, scritti qualche
anno fa, sulla scia di questo quadro, da Simonetta Della
Scala.
Spugnature
Verde
ocra se la civetta,
e
punte senza corpo
al
fusto, brucia di rene
chiare
la fede, blu topi
una
se basta… è certo la sua.
Necropoli
A
pena gli urti
tiri
di giallo
esteso…
piume
e
diodi….
Frasi
alla dinastia se i suoni,
ingredior,
senza tela.
SDS.
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