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Il Ritorno
(di Andrey Zvyagintsev, Russia 2003)
Vertigini,
altezze e abissi, è una storia di ami e di pesca, di piogge
scroscianti rimbalzanti come dolorosa rabbia nel cuore,
di un uomo che muore, del tempo che nasce, storia di prendere
il largo, di fare ritorno.
E'
una storia della Russia del nord,di un padre che, dopo dodici
anni, torna a casa dalla moglie e dai figli.
Ora
è lì che giace come un morto sul letto, stanco come un naufrago
riportato dal mare. E' sconosciuto ai figli, che lo spiano
nel verosimile sogno di averlo indietro, da quella foto
di loro piccoli con lui.
E'
un uomo forte, vigoroso, forgiato come pietra dalle piogge
e dai venti, ha poche parole e ognuna pesa nel silenzio
di quel loro primo pranzo insieme; i piatti vuoti aspettano,
mentre le sue mani spezzano e distribuiscono il cibo.
E'
tornato: donne e figli siedono alla mensa del padre.
Appare
dal nulla come in un tempo sempre esistito, un padre biblico,
ruvido e ispido nell'amore, per i figli adolescenti, quanto
per la moglie, che sfuma sullo sfondo come a ricordare un'appartenenza.
E' giunto il tempo dello scambio, all'alba del nuovo giorno
il dominio e la guida dei figli passeranno nella mano del
padre.
Il
viaggio.
La
mattina della partenza è chiara e lanuginosa, saluta il
tepore del nido materno e accompagna la macchina di loro
tre verso il viaggio.
Il
misterioso motivo che ha spinto l'uomo a riapprodare a casa,
pare rispondere a un suo dovere verso i figli, alla necessità
di attraversare insieme il grande mare verso il mistero
di un' isola, di immergersi e mescolarsi con loro nella
natura delle cose contraddittoria, impetuosa e prepotente.
La natura, aggressiva e grandiosa è protagonista in primo
piano in tutto il film; dirompenti piogge improvvise si
alternano a cieli sereni e infinite e calme distese marine,
creando una prospettiva che incornicia il contingente in
orizzonti radiosi, silenziosi e lontani.
E'
uno scontro di mondi e di forze impari così come l'incontro
dei tre personaggi che sono tirati dentro per i capelli
fino all'estremo dell'esasperazione nel tentativo di una
relazione che si costruisce procedendo per tagli e recisioni
laceranti. Dove l'amore e il riconoscimento per il padre
sono pretesi, per incapacità di modularsi in parole sottili
e per il bisogno di ottenere la loro fiducia; quella "fiducia
originale", di cui parla James Hillmann, che si dà
ai padri, perché al momento giusto possano tradirci, spostarsi,
non riprenderci più tra le braccia amorosamente dal gioco
del volo e farci cadere sanguinanti a terra con uno specchio
di idealizzazioni infranto, con un dolore lancinante che
non trova ragione a tanta spietatezza, che viene proprio
da colui in cui avevamo riposto ogni sicurezza di protezione
e giustizia. L'umanità del padre si svela nell'ambivalenza,
squarcia il velo dell'illusione e si mostra nell'assurda
e reale violenza; l'impeto quasi omicida verso i figli che
disubbidiscono porta con sé, insieme alla brutalità, la
speranza e il paradosso dell'insegnamento a disubbidire.
La prospettiva mitologica della famiglia nell'incontro tra
padri e figli è quella che James Hillman propone ritovandola
nei miti biblici, greci e nelle fiabe, dove si riconosce
alla paternità una funzione di iniziazione proprio attraverso
quei tratti duri e orribili dell'Ombra di un padre distruttivo.
L'ombra che fa sì che il figlio non sia puer aeternus, rimanendo
legato alla figura sulla quale ha proiettato ogni qualità
e virtù, ma liberato dall'incantesimo dell'idealizzazione
si possa riappropriare di ciò che gli appartiene per intraprendere
il suo viaggio dell'eroe.
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