scarica il testo
Clicca qui per stampare o seleziona File-Stampa dal browser

Soglie: storie liminari di estremo disagio


Candele

 

Più stanze mi hanno ricevuto con la fascina in scintille di candele accese.

Erano le case di uomini passati, erano i sensi che ho lasciato lì per sempre come in uno scatto fotografico.

Utero pulsante che ha stretto gli amori a sé per non lasciarli andare, che si è mosso fra loro per avvolgerli denso, profondo, duttile.

E che ha lacerato in mancanza, il contatto poi negato con il primo senso: l’amore charme che violenta ogni vita.

Il bisturi, sul destino, ha sezionato la passione in quella realtà e mi ha negato di circondare di me, della mia pelle, ancora e ancora e ancora, il senso-sesso liquido di quelle anime vestite di corpo su me.

Perché si desidera tanto essere nell’altro soma, penetrarlo di noi, consumarlo senza fine...

Perché non voltarsi e permettere che fuggano, come desiderano, come non possono.

Cos’è vita? suono, percezioni, madre, gestazione, evasione impossibile e cercata per cancellare il nulla endemico.

E’ Ridere , ridere di tutto questo madido plastico indecifrabile.

Che il mio sangue sia tuo, dono di cassandra ferita.

Sei pallido, come in uno specchio si rifrangono gli atti fantasma vissuti sul ventre.

Sussurri di immagini, velo, vertigine, parole scandite sui miei occhi di allora.

Quando le tue-vostre pupille si allargavano per cercarmi e non permettevi che mi sciogliessi dal tuo abbraccio, nudi ad aderire con ogni fibra all’altra fibra che batteva calda.

Un Natale, mi corresti incontro perché non si strappasse mai la corda di anima e pelle tra noi.

io sono quel natale, sono le prime candele accese in marzo, sono l’utero vuoto

di un tragitto senza fine.

 

 

Lusinga di gelo

 

Domenica pomeriggio, interno.

Il contatto imprevisto, insperato, scardina le mani disgiunte. Scatti non pensati, scatti sui derma pressati vicini, rasoio di midollo.

Domenica pomeriggio, fitta e sottile pioggia al di fuori.

Avidi e sincopati baci da quelle labbra, violenza di sensi cangianti.

Ti sento muovere le membra sulle mie, come se le volessi più della vita, più del tempo, senza alcun tempo.

Pomeriggio, sera. Non posso andarmene, non posso cessare di toccarti.

Fraintesi, granella di incisione, fraintesi, e ti perdo nell’attimo in cui affermi di amarmi.

Ti perdo lontano in un altrove inaccessibile “per sempre e malgrado tutto”.

Ed è senza un perché, senza più pelle che ricorda di quell’amore scomposto e vorace.

Ed è senza.

Sei la mia notte, quella dell’ adesione nudi, della cura.

Sei la notte della negazione, nostalgia di un lacerto anche minimo  di te, nostalgia insaziabile.

Martedì notte, interno.

Mi sorridi e sorridi perché non sapresti mai lasciarmi, sostieni.

Sei quei sorrisi, il niente per te, un qualunque vetro bagnato da pioggia furiosa.

Indosso, vestale di bianco, le sete che tocchi agile, ma non riesco a distinguere la tua maschera.

Giovedì notte, piango il dolore di non averti capito né visto al di là.

 


 
Pagina 1 di 2