Versatile
miscellanee
neurotiche
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Deliver Me From Mine Enemies
1) This is the law of the Plague
Mentre
possenti colpi di tamburo scandiscono un’atmosfera di patibolo
e un coro gregoriano elettronico mormora funereo insieme
a strane strida di gorgoyles, Diamanda si lancia in un tremendo
sermone da santa inquisizione che depreca la sporcizia del
corpo. In un crescendo demoniaco scandito dalle percussioni
sempre più roboanti e martellanti, il tema della sporcizia
fisica viene così collegato indissolubilmente alla sporcizia
morale.
2) Deliver Me From Mine Enemies
La
voce è allungata, riverberata, un monologo di un defunto
il cui fiato aleggia in un inferno dantesco, dove l’anima
è incatenata. Il movimento si conclude con un susseguirsi
di sibili doloranti modulati come acuti di soprano.
3) We shall not accept your Quarentine
Un
riverbero elettronico illumina l’ambiente mentre l’artista
si lancia in un susseguirsi di lamenti strazianti, boccacce,
interpretazioni sconnesse e averbali della sofferenza. Ancora
le percussioni (il ritmo incalza) scandiscono una sequela
di orrori fonici: il canto (se ancora di canto è possibile
parlare) si perde (si dis-perde) annullandosi in un guaito
ripetuto e confuso.
4)
Deliver Me.
L’artista
torna a modulare la voce del fantasma, dell’apparizione
ultraterrena comparsa come in una seduta spiritica sulla
scena acustica. Qui, sopra il “rumore del silenzio”, si
avverte un inizio di canto: da una pseudo-litania di sapore
greco, si passa all’acuto di soprano che sembra cogliere
qua e là ancora lacerti di esistenza, ricordi, forse immagini
confuse. Il clima, sempre più claustrofobico, viene investito
da un dolore acuto e personale, su un sottofondo monocromo
d’organo.
5)
Yiati O Ozoe
La
voce si fa bassa, bassissima, un gelo elettronico inonda
i solchi e ciò che Galas modula in questa variazione è un
rantolo malato che si unisce ad un vento glaciale prodotto
artificialmente: abrasivo, caustico, semplicemente spaventoso,
è un movimento che sorprende per l’assoluto minimalismo
(nessuna parola, nessun lemma, nessun fonema) solo il continuo,
ossessivo rantolo che non accenna a diminuire e che infesta
la mente lasciandola in una tundra artica e desolata da
dove è impossibile tornare. Si arresta di colpo.
6)
Psalm 22
Mentre
l’organo ripete compulsivamente due o tre note, la staticità
del suono viene rotta da un parlato demoniaco (ma in realtà
il testo è un passo biblico): la voce è quella di un altro
trapassato, stavolta confinato in un girone più acido, caustico,
dove improvvisi e cigolanti stridori vocali irrompono disturbanti:
Diamanda vomita paura liquida attraverso la voce finchè
essa si incarna in un declamato para-infantile, sempre più
fragile, inarrestabilmente violato. La suite si chiude in
una nera dissolvenza lasciando immediatamente posto alla
seconda traccia
Free
Among the Dead
1)
Psalm 88
Di
nuovo un passo biblico, borbottato allungando le sillabe
su un arrugginito tappeto sonoro monocromo. Non c’è affabulazione,
anzi: la monotonia del parlato, del falsetto tanto grottesco
quanto cupo del personaggio monologante sprofonda in una
solitudine schiacciante l’ascoltatore.
2)
Lamentations
Recuperando
il tono e il timbro della variazione d’apertura, Galas proclama,
stridula e tremenda, le sue accuse: la accompagnano i toni
bassi e sempre più cupi dell’organo elettronico: scaglie
foniche raggelanti attraversano l’atmosfera mentre, a tratti,
un barlume di canto rugginoso e caustico rafforza l’etica
e la violenta accusa dell’invettiva. La variazione termina
con una paranoica ripetizione di colpe e maledizioni in
un crescendo wagneriano.
3)
Sono L'Antichristo
Vera
perla e apice dell’opera è questo declamato ripreso da un
antico esorcismo in italiano medioevale. Vi si legge un’accusa
ad un Dio che non risponde, che non ha cura dei suoi figli,
un Dio che uccide, che spezza la carne, che determina la
fine di ogni speranza. Indemoniata, completamente assorta
dal personaggio della strega che lancia maledizioni dal
suo personale rogo, Galas si proclama ANTICRISTO: urla orribili
possono essere udite per tutto il brano, in crescendo, quasi
in una schizofrenia che pone da una parte l’esorcizzata
che si autodefinisce “le feci del Signore” e dall’altra
si tormenta con urla terrorizzate come di un demone asperso
d’acqua santa.
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