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Versatile

miscellanee neurotiche

a cura di Marco Simonelli


LA ROSA NERA DELLE AVANGUARDIE (prima parte)


All’indomani dell’uscita nei negozi dell’ultima raccolta di interpretazioni vocali di Diamanda Galàs, “La Serpenta Canta”, vogliamo qui presentare ed analizzare il lavoro di una delle più interessanti performers americane e darne, laddove possibile, una libera interpretazione in rapporto con l’evoluzione artistica della stessa.

 

La ricerca espressiva di Diamanda Galas si articola all’interno di una poetica che ha per suo centro gravitazionale il terrore. Le sue performance e le sue “azioni vocali” hanno un’intenzionalità catartica che prende avvio da un’esigenza personale e si sviluppa seguendo una sua naturale evoluzione in una forma vocale esasperata. Nata a San Diego, California da genitori ortodossi di origine greca, Galas si è guadagnata ben presto l’appellativo di “rosa nera delle avanguardie” per il suo canto che si rifà all’espressionismo tedesco e per le sue performance vocali che, prendendo a prestito materiale di diversa origine e provenienza (antiche liturgie, poesie, classici blues, jam-session per voce sola ecc.) si presentano come un blocco sonoro di altissima intensità emotiva.

 

La voce di Galàs si fa, di volta in volta, portatrice del dolore altrui, acquistando, grazie ad un virtuosismo tecnico di spettacolare efficacia, un alto spessore morale e politico. Tale virtuosismo ha a che fare con la tecnica acustica: Galàs utilizza un sistema di amplificazione capace di acuire lo spessore tragico del suo canto attraverso l’uso di quattro microfoni che rendono al suono una propria specifica spazialità drammatica.: lo spettatore si ritrova così catapultato dentro ad una voce (dentro più voci) e si trova al centro di una gigantesca bolgia di disperazione che l’autrice-esecutrice costruisce attraverso un ossessivo lavoro di manipolazione elettro-acustica. Impossibile discernere nel canto di Galàs il significato dal significante: i riverberi maniacali della sua voce (che comprende un vasto campionario di urla, mugolii, gemiti, rantoli, aberrazioni foniche, grida, laceranti invocazioni di dolore, respiri, sospiri, acuti da soprano e una notevole estensione dei toni bassi) non nascono da un mero desiderio di stupire l’ascoltatore ma fuoriescono, magmatici e incandescenti, direttamente dal centro di una terra desolata, una terra sconvolta, su cui aleggia onnipresente una cupa atmosfera di disperazione.

 

In una nota scritta nel 1982 e adesso contenuta nel volume “The shit of God” (High Risk Press, New York – London 1996) che raccoglie i testi di alcune delle più interessanti performance dell’artista, Galàs manifesta la volontà di sperimentare un genere musicale nuovo, mai affrontato prima. Gli strumenti di cui necessita sono la voce e la già citata serie di amplificatori elettronici. Il suo dichiarato intento è quello di rappresentare il pensiero di un io-protagonista. La più piccola variazione di timbro, di tono, di intensità, di riverbero è attentamente calibrata per dare all’ascoltatore l’impressione di trovarsi di fronte ad un pensiero allucinato, schizoide, devastato, epilettico che sembra materializzarsi attraverso la vasta gamma di aberrazioni acustiche che la voce di Galàs è capace di produrre. Dopo un folgorante debutto ad Avignone sul finire degli anni ’70, dopo aver suonato il pianoforte in vari complessi blues d’avanguardia e aver sperimentato numerosi lavori all’interno di manicomi, Galàs lancia sul mercato discografico “The Litanies of Satan”, un poema vocale altamente emotivo che si presenta come un’opera epocale, capace di rivoluzionare il concetto stesso di musica. Si tratta di un flusso sonoro che fonde con l’elettronica un campionario di urla Shriek mai udito prima: in Galàs possiamo trovare la vera essenza del terrore espresso con impeto wagneriano, in blocchi stridenti di urla, di fonemi scagliati supersonicamente ad una velocità inaudita verso l’ascoltatore. L’urlo è l’essenza della paura, la sua espressione più immediata, la rappresentazione vocale di una mente, un pensiero che diviene via via sempre più agghiacciante, tenebroso, estremo. L’eccesso fonico a cui il lavoro è indirizzato si staglia come un vertice espressivo, disegna in breve la cifra che caratterizzerà l’intera opera di Galàs. Ogni blocco sonoro registra una rifrazione schizofrenica di una personalità delirante, fonde insieme forze occulte, orrore metropolitano, incubi psicanalitici: ogni lavoro di Galàs presenterà un flusso sonoro direttamente ispirato a figure condannate e vittime di tremendi drammi storici, politici e morali. In “Wild Women With Steak Knives” il flusso vocale proviene dalla mente di un’omicida, un carcerato afflitto da paranoia è il protagonista di  “Panoptikon”, una lamentatrice funebre di “Song for the blood of those murdered” (dedicato alle vittime della dittatura greca), un malato di AIDS affetto da Dementia in “Vena Cava” (lavoro di grande intensità lirica, dedicato alla memoria del fratello Philip Dimitri, morto appunto di AIDS nel 1988), un anonimo personaggio sopravvissuto a numerosi traumi e incarcerato a vita in “Insekta”.

 

Masque of The Red Death (1986- End of the Epidemic)

Il lavoro più ambizioso e più riuscito di Diamanda Galàs è un trittico sonoro che racchiude tre differenti movimenti sviluppati a partire dal 1986. L’artista, attraverso un materiale eterogeneo e il suo personale canto in bilico fra l’isterismo e la tragedia greca, dedica una Messa Solenne a coloro, come il fratello Dimitri, deceduti fra atroci agonie dopo aver contratto l’AIDS. Da notare il simbolico parallelismo con l’omonimo racconto di Edgar Allan Poe, La Mascherata della morte rossa.

 

Divine Punishment (1986) (Mute)

Il primo pannello della Trilogia si compone di due movimenti strutturati in variazioni vocali. L’atmosfera evidentemente medioevale del suono è ottenuta grazie alle straordinarie capacità vocali di Galas e all’uso di strumenti elettronici come l’organo (qui usato come sottofondo -monotono e inquietante- per i declamati e i virtuosismi stregoneschi della performer) e il sintetizzatore che modula di volta in volta scariche di energia sonora, abrasioni acustiche e un estraniante riverbero di sottofondo che sottolinea, nella sua insistenza, un “silenzio” amplificato.

 


 
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