Versatile
miscellanee
neurotiche
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LA ROSA NERA DELLE AVANGUARDIE (prima parte)
All’indomani dell’uscita nei negozi dell’ultima raccolta
di interpretazioni vocali di Diamanda Galàs, “La Serpenta
Canta”, vogliamo qui presentare ed analizzare il lavoro
di una delle più interessanti performers americane e darne,
laddove possibile, una libera interpretazione in rapporto
con l’evoluzione artistica della stessa.
La ricerca espressiva di Diamanda Galas si articola
all’interno di una poetica che ha per suo centro gravitazionale
il terrore. Le sue performance e le sue “azioni vocali”
hanno un’intenzionalità catartica che prende avvio da un’esigenza
personale e si sviluppa seguendo una sua naturale evoluzione
in una forma vocale esasperata. Nata a San Diego, California
da genitori ortodossi di origine greca, Galas si è guadagnata
ben presto l’appellativo di “rosa nera delle avanguardie”
per il suo canto che si rifà all’espressionismo tedesco
e per le sue performance vocali che, prendendo a prestito
materiale di diversa origine e provenienza (antiche liturgie,
poesie, classici blues, jam-session per voce sola ecc.)
si presentano come un blocco sonoro di altissima intensità
emotiva.
La
voce di Galàs si fa, di volta in volta, portatrice del dolore
altrui, acquistando, grazie ad un virtuosismo tecnico di
spettacolare efficacia, un alto spessore morale e politico.
Tale virtuosismo ha a che fare con la tecnica acustica:
Galàs utilizza un sistema di amplificazione capace di acuire
lo spessore tragico del suo canto attraverso l’uso di quattro
microfoni che rendono al suono una propria specifica spazialità
drammatica.: lo spettatore si ritrova così catapultato dentro
ad una voce (dentro più voci) e si trova al centro di una
gigantesca bolgia di disperazione che l’autrice-esecutrice
costruisce attraverso un ossessivo lavoro di manipolazione
elettro-acustica. Impossibile discernere nel canto di Galàs
il significato dal significante: i riverberi maniacali della
sua voce (che comprende un vasto campionario di urla, mugolii,
gemiti, rantoli, aberrazioni foniche, grida, laceranti invocazioni
di dolore, respiri, sospiri, acuti da soprano e una notevole
estensione dei toni bassi) non nascono da un mero desiderio
di stupire l’ascoltatore ma fuoriescono, magmatici e incandescenti,
direttamente dal centro di una terra desolata, una terra
sconvolta, su cui aleggia onnipresente una cupa atmosfera
di disperazione.
In
una nota scritta nel 1982 e adesso contenuta nel volume
“The shit of God” (High Risk Press, New York – London 1996)
che raccoglie i testi di alcune delle più interessanti performance
dell’artista, Galàs manifesta la volontà di sperimentare
un genere musicale nuovo, mai affrontato prima. Gli strumenti
di cui necessita sono la voce e la già citata serie di amplificatori
elettronici. Il suo dichiarato intento è quello di rappresentare
il pensiero di un io-protagonista. La più piccola variazione
di timbro, di tono, di intensità, di riverbero è attentamente
calibrata per dare all’ascoltatore l’impressione di trovarsi
di fronte ad un pensiero allucinato, schizoide, devastato,
epilettico che sembra materializzarsi attraverso la vasta
gamma di aberrazioni acustiche che la voce di Galàs è capace
di produrre. Dopo un folgorante debutto ad Avignone sul
finire degli anni ’70, dopo aver suonato il pianoforte in
vari complessi blues d’avanguardia e aver sperimentato numerosi
lavori all’interno di manicomi, Galàs lancia sul mercato
discografico “The Litanies of Satan”, un poema vocale altamente
emotivo che si presenta come un’opera epocale, capace di
rivoluzionare il concetto stesso di musica. Si tratta di
un flusso sonoro che fonde con l’elettronica un campionario
di urla Shriek mai udito prima: in Galàs possiamo trovare
la vera essenza del terrore espresso con impeto wagneriano,
in blocchi stridenti di urla, di fonemi scagliati supersonicamente
ad una velocità inaudita verso l’ascoltatore. L’urlo è l’essenza
della paura, la sua espressione più immediata, la rappresentazione
vocale di una mente, un pensiero che diviene via via sempre
più agghiacciante, tenebroso, estremo. L’eccesso fonico
a cui il lavoro è indirizzato si staglia come un vertice
espressivo, disegna in breve la cifra che caratterizzerà
l’intera opera di Galàs. Ogni blocco sonoro registra una
rifrazione schizofrenica di una personalità delirante, fonde
insieme forze occulte, orrore metropolitano, incubi psicanalitici:
ogni lavoro di Galàs presenterà un flusso sonoro direttamente
ispirato a figure condannate e vittime di tremendi drammi
storici, politici e morali. In “Wild Women With Steak Knives”
il flusso vocale proviene dalla mente di un’omicida, un
carcerato afflitto da paranoia è il protagonista di “Panoptikon”,
una lamentatrice funebre di “Song for the blood of those
murdered” (dedicato alle vittime della dittatura greca),
un malato di AIDS affetto da Dementia in “Vena Cava” (lavoro
di grande intensità lirica, dedicato alla memoria del fratello
Philip Dimitri, morto appunto di AIDS nel 1988), un anonimo
personaggio sopravvissuto a numerosi traumi e incarcerato
a vita in “Insekta”.
Masque of The Red Death (1986- End of the Epidemic)
Il
lavoro più ambizioso e più riuscito di Diamanda Galàs è
un trittico sonoro che racchiude tre differenti movimenti
sviluppati a partire dal 1986. L’artista, attraverso un
materiale eterogeneo e il suo personale canto in bilico
fra l’isterismo e la tragedia greca, dedica una Messa Solenne
a coloro, come il fratello Dimitri, deceduti fra atroci
agonie dopo aver contratto l’AIDS. Da notare il simbolico
parallelismo con l’omonimo racconto di Edgar Allan Poe,
La Mascherata della morte rossa.
Divine
Punishment (1986) (Mute)
Il
primo pannello della Trilogia si compone di due movimenti
strutturati in variazioni vocali. L’atmosfera evidentemente
medioevale del suono è ottenuta grazie alle straordinarie
capacità vocali di Galas e all’uso di strumenti elettronici
come l’organo (qui usato come sottofondo -monotono e inquietante-
per i declamati e i virtuosismi stregoneschi della performer)
e il sintetizzatore che modula di volta in volta scariche
di energia sonora, abrasioni acustiche e un estraniante
riverbero di sottofondo che sottolinea, nella sua insistenza,
un “silenzio” amplificato.
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