Alla preparazione dei famosi cenci pochi erano ammessi, o
almeno così a me piaceva pensare, pochi eletti, l’autore,
l’artefice, il deus ex machina ed io, cencio cencioso,
accartocciato tra le scapole e le spalle minute, minuto dopo
minuzia, dall’altra parte ad osservare, cercare d’interloquire,
chiedere, sapere, imparare.
Non ho mai imparato a preparare i cenci.
Forse questo è un segno, o almeno un segnale.
Non mi ci sono neanche mai provato, per nostalgia fecondatrice,
per il flebile ricordo ingombrante invadente che avrebbero
prodotto tra il mio palato e l’emisfero cranico della
memoria, per la voglia ancora che fosse lui meticolosamente,
pazientemente, alacremente, incessantemente, dediziosamente,
deliziosamente come mai lo era in nessuna altra mansione,
ad organizzare il tutto come una battaglia, come un campo
di grano giallo, come la vita ordinata, senza sgarri né
sussulti.
La pasta fine, passata con il matterello fino allo sfinimento
delle vene dei polsi, veniva stesa come belle donne a ferragosto
per una tintura ideale e corposa al tempo stesso; il profumo
della pasta fresca, ancora acerba mi mandava in fibrillazione,
ebollizione.
Mi ci rispecchiavo in quella distesa di paglia giovane, ancora
in divenire, che doveva lievitare, troppo sottile, senza spessore,
senza personalità, senza cuore, piatta ed inconsistente.
Qualcuno me l’aveva fatto credere.
Ad una ad una come in un supplizio, scegliendo la prossima
vittima, sadiche mani coglievano dal tavolo casualmente una
striscia qua ed una là, dando la speranza alle altre
di poter essere salvate, risparmiate, in un Auschwitz in miniatura.
Colte di sorpresa e fritte alla schiena, gonfiavano come i
rospi in pentola gettati ancora vivi, perché la carne
si mantenesse morbida e lucente di paura.
I vassoi di porcellana bianca si riempivano senza sosta, l’odore
insostenibile mi trafiggeva, mi esortava caldo e calorico,
la stanza brillava ora della luce del nuovo parto annuale,
dell’alchimia di due uova ed un po’ di farina,
di quello che qualche essenza poteva e continuava a fare,
unire il già diviso, riconciliare, partecipi della
magia della creazione culinaria, parti così lontane,
abissi imperscrutabili.
A chi mi avesse chiesto chi era mio padre, avrei risposto:
“L’uomo dei cenci”, io e quelli fritti.
Il perdono avveniva gustando le croccanti prelibatezze ad
occhi socchiusi, per tornare soldati di due schieramenti opposti,
nemici, ribelli, fino al prossimo anno.
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