NOTA CRITICA
Ci attrae il singolare titolo di questo racconto di Tommaso
Chimenti di cui già da tempo conosciamo l’estrema
competenza artistica.
Consci del confronto con un autore di estremo pregio, proviamo
ad addentrarci nella spirale sfavillante dei suoi lemmi concatenati
come perle in estesi vezzi colorati.
La sfuggente figura etimologica del titolo, appunto, ci immette
in un microcosmo di trame quasi liquide, che si appoggiano
sul derma con una connotazione sociale precisa, e con una
segreta, morbida, ruvidità.
Inoltre il vocabolo “cenci” appartiene strettamente
al lessico fiorentino che oltre al tessuto, ci dà prova
di polisemia in un caratteristico dolce di carnevale.
Un intenso quadro estivo mischia impietoso, fuori/dentro e
compare una forma della sera come se in tale ritratto qualcun
altro riuscisse a percepire l’interiorità così
presente dell’auctor, e nella sensibilità di
Chimenti tutto si fa rotondo, un “buio” rotondo,
come le sagome che cancella trasportandole in sé, come
un cerchio solido a ripetizione nel cosmo degli umani, come
un delicato ritorno dell’uguale.
Bellissima la “sabbia arrossata” che in veste
antropomorfica ricorda il baluginare del rosso nelle ragazze
del primo Caproni, o più semplicemente un coro di calore
spanto sulla pelle reduce dal sole.
La canzone disturba l’io, ne smuove in irritazione molecole
turbate. “Il Carnevale” imminente, spegne
ogni curiosità vitale, perché l’autore
ha già sofferto innumerevoli maschere umane presentategli
dalla vita e perché la famiglia, anch’essa, non
pare svolgere che il medesimo rituale nel quale ognuno ha
un volto già assegnato e non passibile di mutazione.
Secca descrizione del rito in cui si dispone il dolce fin
dal suo granitico elemento primordiale: la farina.
Si accenna con ferocia di dolore, ad un rapporto familiare
irraggiungibile, anche se, suppongo, strenuamente desiderato.
E il dolce congiunto con l’elemento percepito del fuoco
nell’ingrediente dell’uovo, urla da sé
come un vulcano, come quello dell’auctor, che si svela
fiero e seducente nella sua “fame d’amore”.
Ed a metà racconto è il padre colui che manca
nei sassi dello spirito, che manca anche se esiste perché
il suo carattere o la sua formazione impediscono il contatto,
la pelle sulla pelle.
Infatti l’io narrante stima questa irraggiungibile figura,
anche se gli sembra di non accettarlo, ma questo racconto
ne è la piena disconferma.
Sarebbe semplice fuggire, dire che è solo colpa sua
se il rapporto non si stende fra entrambi, ma la realtà
è altra.
La competizione con il simile, gettata dentro come innegabile
perdita e sconfitta.
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