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CENCI CENCIOSI
Un tavolo di noce bruna spesso a dividere, il sole, la luna,
fuori un buio rotondo come bocce sulla sabbia arrossata e
stanca di essere calpestata.
In sottofondo andava, talmente impercettibile da risuonare
cupa e ridondante “Compagni di scuola” di Antonello
Venditti, compagni di niente, avrebbe aggiunto alla strofa
successiva, quello che noi non siamo mai stati.
Il Carnevale era alle porte ma io di maschere, mascherate,
finte burle, scherzi della vita e della natura ne avevo già
abbastanza, avevo ormai già veduto un bel campionario
alle mille cene di famiglia che puntualmente dovevano essere
fatte, celebrate, ritualizzate, conclamate.
Farina, uno starnuto dolce, lieve per non disturbare, la mano
che passa sull’altra in un gesto unico, costante e consapevole,
deciso e lineare come a tracciare il cammino.
Il tavolo ancora troppo largo ci divideva, due barricate,
due fuochi divisi da un mare di silenzi ed in mezzo noi naufraghi
remoti di sentimenti l’uno per l’altro, incapaci
di darci se non dispiaceri l’uno l’altro.
Il vulcano di farina immobile al centro attendeva la lava
sconfitta del tuorlo acceso farsi densa come complesso amplesso,
in un vortice di mestoli d’acero e maestria incontaminata,
voglia incorrotta, sapienza, fame d’amore.
Mio padre era così: quello che faceva lo voleva al
100%, perfezionista maniacale egocentrico, senza che questi
tre termini insieme, uno dopo l’altro, indicassero forme
negative patologiche o invidie covate e gelosie ritrose.
Ho sempre di lui stimato lo stimabile.
Era così, ed io non lo accettavo, forse perché
così diversi, ciambelle mutilate dello stesso impasto,
forse perché qualcuno, io, a lui troppo uguale, avevo
dovuto divenire altro per poter continuare quel sottile gioco
di silenzi assensi negli anni imperturbabili adolescenziali,
perdendomi in competizione impari.
Era armonioso mentre miscelava dolce, come forse avrei voluto
che mille volte avesse fatto con i miei capelli nero rancido
lunghi sul collo come a lui non piacevano, il pizzico di sale
gettato con sufficienza, lo zucchero tenue e solare come mai
lo furono gli abbracci, la leggiadra e soffice sofferta impalpabile
indecisa vigliacca vile farina, la scorsa di limone acre come
certe giornate guardando al di là della doppia finestra
appannata dalla nebbia, dalla rabbia, dall’umidità,
dal freddo, dal vento, dal pianto.
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