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segue da Narrativa


Intervista


Tommaso Chimenti

Intervista

I: Esiste l’oggettività per te, il cosiddetto “reale” o tutto si dà attraverso le sfaccettature della nostra sensibilità particolare (sempre soggettiva quindi)?
T: La realtà non può essere che soggettiva, mi piacciono i daltonici, i dislessici e i miopi.
I: Quanto conta per te l’aspetto potenziale del vivere, il sogno, l’aspettativa? Riesci ancora a sognare?
T: Sogno molto, anche se sono pessimista, non riesco immaginarmi nel futuro..
I: Come si concilia il tuo lavoro di giornalista con la tua vita artistica, come consideri veramente entrambi dentro di te, hanno un peso dissimile?
T: Non hanno un peso dissimile, il giornalismo mi ha fatto conoscere i valori e la concretezza delle idee.
I : Parlaci, se puoi, proprio della tua ricerca esistenziale.
T: Avviene attraverso ciò che scrivo e le persone che incontro, io do sempre qualcosa di me non ho paure nel concedermi.
I: Esiste il nulla per te? Quando ne hai fatto esperienza per la prima volta nella vita? Continua ad essere compagno della tua ricerca esistenziale?
T: Il nulla lo collego allo spazio, all’universo, anche se lo comprendo, lo concepisco ma non fino in fondo e lo temo in parte: mi fa molto più paura pensare all’assenza del nulla perché non mi spiegherei cosa c’è oltre.
I: C’è una metafora che rappresenti la tua visione del rapporto con l’altro?
T: Che l’altro sono io.
I: Ci puoi parlare della dimensione del tempo? Il tempo si dilata all’infinito per te o ti assedia, in questo momento della tua vita? Vedi un ordine negli eventi, una consequenzialità nel tuo passato? Ti spaventa il tempo o ti affascina? Cosa pensi di questo preciso periodo storico?
T: Il tempo è sempre stato uno spauracchio, perché mi cambia, mi fa essere qualcuno che non conosco, ho paura che finisca il tempo per me, non vivo bene il trascorrere del tempo: temo la morte.
Non vedo consequenzialità nel mio passato ma flash scatti, flasback, lampi nel buio. Non so dove stiamo andando. Ti posso solo dire che il mio parlare risente dell’essere in un paese occidentale a base cattolica. E’ un periodo di confusione a livello mondiale ma non vedo molta interazione o positività.
I: Come vedi il tuo futuro? Riesci ad immaginarti fra 10 o 20 anni?
T: Non lo vedo, so che ci sarà un altro allora non io.
I: Quale forma poetica narrativa o altro si attaglia di più alla tua interiorità e quale avverti come necessaria per la tua espressione? Esiste una tua identificazione con una in particolare di queste due vesti dello scrivere o forse entrambe specchiano diverse parti di te? Se sì quali?
T: Poetica è primaria, la narrativa è non riuscire a dire ciò che volevo dire come lo volevo dire.
I: D’obbligo chiederti, quanto contino per te nell’ispirazione i riferimenti autobiografici (anche se ai fini del risultato artistico, ovviamente, non hanno alcuna rilevanza)?
T:Indispensabili.
I: A proposito credi nel concetto un po’ classico di ispirazione o la tua arte è concepita come una lavoro, un’applicazione?
T: Né l’uno né l’altro, lo scrivere è come il pensare, non ne puoi fare a meno....
I: Quanta rilevanza possiede il retroterra culturale nella genesi di un’opera?
T: Forse a livello stilistico risiede una tale rilevanza: lo stile è un mix tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere.
I: Chi sono un esempio di poeta e di narratore e anche di saggista se vuoi, non tanto a cui tu ti ispiri, perché secondo me la scrittura di ogni vero artista, è tale solo se poggia solo su se stessa, conscia della propria ineliminabile fragilità e mancanza di fondamento come prerogativa ad anche come forza, ma che ti affascinano, e ti appassionano a livello di gusto?
T: Garcia Marquez, Montale.
I:Che percezione hai della tua esistenza attuale? Come ce la porgeresti descrivendola? Qual è la tinta prevalente?
T: Giallo pastello perché è fresca, giovane, modificabile, è un colore morbido, è un qualcosa in divenire, che può migliorare. Percepisco la mia vita attuale con alti e bassi ma comunque positiva perché dieci anni fa non avrei mai immaginato di essere come sono adesso.
I: Per quanto riguarda la tua persona percepisci un’unità a cui far riferimento o senti un io multiplo e frantumato? Ti è mai successo di sperimentare parti di te così dissimili da non riuscire a riconoscerti in esse anche a distanza di breve tempo e a non potere di conseguenza a giustificare le azioni compiute dall’altra “te”?
T: L’io multiplo sì mi appartiene a volte andando oltre la soglia e non riuscendo a superarla.

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